Spezzando la sua Parola

DIO NON FINISCE MAI DI AMARCI

Riflessione sulla liturgia della Parola

di monsignor Ermanno Raimondo

I Domenica di Avvento  12/2/2018 – Anno (C)
(Letture: Geremia 33,14-16; Salmo 24; 1Tessalonicesi 3,12-4,2; Luca 21,25-28.34-36)

Oggi inizia il tempo liturgico dell’Avvento. La liturgia in questi momenti forti di passaggio da un anno all’altro, da una stagione all’altra, ci invita a riflettere sulla nostra vita e sul nostro destino: chi siamo, da dove veniamo e dove andiamo.
La parola latina adventus significa arrivo, venuta con riferimento alla duplice venuta di Cristo: alla prima venuta storica, con il suo “avvento nell’umiltà della nostra natura umana con cui portò a compimento la promessa antica e ci aprì la via dell’eterna salvezza”, e alla sua seconda venuta, quando “verrà di nuovo nello splendore della sua Gloria, e ci chiamerà a possedere il regno promesso che ora osiamo sperare vigilanti nell’attesa” (Prefazio dell’Avvento I). In questa prima Domenica di Avvento l’apostolo Paolo ci esorta a vivere l’attesa del ritorno glorioso di Gesù “sovrabbondando nell’amore tra noi e verso tutti, rendendo saldi i nostri cuori e irreprensibili nella santità”, in modo da “piacere a Dio”. Così facevano le prime comunità cristiane e con il medesimo spirito hanno fatto tutte le comunità che si sono succedute nel corso dei secoli.
Dal punto di vista cristiano, tutta la storia umana è una lunga attesa. Prima di Cristo si attendeva la sua venuta, dopo la sua venuta si attende il suo ritorno glorioso. Proprio per questo l’Avvento ha qualcosa di importante da dire alla nostra vita. Ci ricorda che la vita è attesa! Questo concetto è messo in evidenza da Samuel Bechett in una delle opere teatrali più famose dei nostri tempi: Aspettando Godot (che secondo alcuni sarebbe proprio Dio, God, in inglese). I due personaggi di quest’opera aspettano Godot, ma lo attendono senza alcuna certezza che egli venga davvero. Lo aspettano al mattino, ma Godot manda a dire che verrà al pomeriggio; al pomeriggio manda a dire che verrà la sera, la sera, che forse verrà il mattino dopo. I due poveracci, non avendo altra alternativa, sono condannati ad aspettare. In qualche modo anche noi non sappiamo quando il Signore verrà. Lo stesso Gesù nel Vangelo di Marco (13,32) dice ai discepoli che «quanto a quel giorno o a quell’ora, nessuno lo sa, né gli angeli nel Cielo, né il Figlio, eccetto il Padre». Ma noi, a differenza dei due personaggi di Godot, abbiamo la certezza di fede che il Signore verrà nella gloria, perché è già venuto e cammina al nostro fianco: dobbiamo solo riconoscerlo lì dove è presente: nella santa Eucaristia, nei poveri, nella Chiesa e, per grazia, nel cuore di ogni credente.
Preparandoci alla celebrazione del primo Natale del Signore, dobbiamo tenere desta l’attesa della sua venuta definitiva con la vigilanza e la preghiera: «Vegliate in ogni momento pregando – ci dice oggi Gesù – perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere, e di comparire (letteralmente stare in piedi) davanti al Figlio dell’uomo», essere svegli e pronti nel saper cogliere, in attesa del Signore, i momenti propizi di cui la nostra vita è ricca, liberandola da inutili «affanni» e senza lasciarci appesantire il cuore da paure e delusioni per quanto accade nel mondo. “Ci saranno segni nel sole, nella luna, nelle stelle e sulla terra angoscia di popoli in ansia …” – ci dice ancora Gesù nel Vangelo – ma non sarà la fine, né la violenza eterna; il regno di Dio viene ed è più vicino oggi di ieri, ma “quanto morir perché la vita nasca”, diceva il prete scrittore Clemente Rebora. Questo mondo porta un altro mondo nel grembo, un mondo più buono e più giusto, è come la donna in travaglio. “Sappiamo bene infatti che tutta la creazione – scrive l’Apostolo nella lettera ai Romani 8,22-23 – geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto; essa non è la sola, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo”.
Con un’altra immagine Ungaretti in una delle sue poesie dal titolo “Soldati” ci aiuta a capire il nostro destino paragonando la vita a delle foglie che cadono in autunno dagli alberi: «Si sta/come d’autunno/sugli alberi/le foglie», cadono in terra e non vedono più la luce, almeno la luce di questo mondo, ma continuano a manifestare la forza della vita che inizia con nuovi teneri germogli.
La liturgia di questa prima domenica di Avvento ci aiuta a considerare la nostra vita un cammino terreno che non va verso il vuoto, ma verso un incontro, l’incontro con il Signore che ci ha creato e ci ama più di un padre e di una madre. Ma a questo incontro ci dobbiamo preparare facendoci illuminare ogni giorno dalla sua Parola, aggrappandoci a Lui come a solida roccia.

(Ermanno Raimondo, Spezzando la sua Parola, Calabria Edizioni, 2018)