Spezzando la sua Parola

I DONI PIÙ CARI A DIO: POVERTÀ PROFONDA E CUORE APERTO

Riflessione sulla liturgia della Parola

di monsignor Ermanno Raimondo

Epifania del Signore  1/6/2019 – Anno (C)
(Letture: Isaia 60,1-6; Salmo 71; Efesini 3,2-3a.5-6; Matteo 2,1-12)

La parola “epifania”, dal greco epipháneia, significa manifestazione. A Natale Dio si manifesta nell’umiltà di un Bambino ai pastori di Betlemme, oggi ai Magi, che rappresentano gli uomini di tutte le nazioni e di tutte le epoche storiche che pur non conoscendo il Dio della rivelazione si lasciano guidare da segni celesti alla scoperta della vera fonte della verità e della gioia. La nostra riflessione è proprio su questi misteriosi personaggi, che sono i protagonisti della festa di oggi. Chi sono? Difficile identificarli storicamente. Nel racconto di Matteo l’evangelista ce li presenta come dei veri cercatori di Dio e dei modelli da imitare. Uomini che nella ricerca della verità non hanno seguito la via del calcolo (la via di Erode), né quella del sapere intellettuale (la via dei sacerdoti del tempo, ma la via della sapienza che viene dall’alto).
Il re Erode “turbato” dalla notizia della nascita di Gesù convoca “i capi dei sacerdoti e degli scribi” e si informa sul luogo in cui era prevista la sua nascita, non ovviamente per conoscere la verità, ma per ordire un inganno e stroncare qualsiasi eventuale minaccia al suo trono, accecato da quello che S. Agostino chiama “l’amore di sé fino al disprezzo di Dio”. Ordina la strage degli innocenti pensando perfino di giustificare moralmente, e quindi di fare, come tanti altri dittatori della storia, il suo dovere per il bene della nazione. Da questo punto di vista il mondo è pieno anche oggi di “Erodi”.
I dotti di allora, scribi e farisei, esperti di “Scritture” sanno dove è nato il Messia, sono in grado di indicarlo anche agli altri, ma non si muovono. Non vanno di corsa a Betlemme, come ci si sarebbe aspettato da persone che attendono la venuta del tanto atteso Messia. Restano comodamente a Gerusalemme. “Andate, dicono, e poi riferiteci…”. Si comportano come i cartelli stradali: indicano la via da seguire, ma restano lì, ai lati della strada. Simboleggiano un atteggiamento diffuso anche tra noi. Sappiamo bene cosa comporta seguire Gesù Cristo, sappiamo chi è e dove trovarlo, e, all’occorrenza, sappiamo spiegarlo anche agli altri, ma ci manca il coraggio e la radicalità di seguirlo fino in fondo.
I Magi, avvistata la “stella” lasciano tutto, palazzi, comfort, notorietà e vanno ad adorare il Bambino che è la Verità fatta carne e sangue, fatto pane per la nostra fame d’amore, fatto acqua per la nostra sete di conoscenza, fatto via per il nostro incerto e a volte penoso cammino. L’evangelista vede nella stella più un messaggero di Dio che una cometa. La stella è simbolo, per chi guarda il cielo, di chi cerca un senso alto per la sua vita, nel nostro caso simbolo dei cercatori di Dio.
La festa dell’Epifania è l’espressione della ricerca umana che ha, però, all’origine una decisione iniziale di Dio che entra per primo nelle strade del mondo, anzi, nella “carne” stessa dell’umanità. È il simbolo di chi cerca, di chi non si accontenta della banalità della vita quotidiana e a cui non importa il potere, il denaro, gli onori, ma la verità, per la quale valga la pena spendere la propria vita. Oggi, purtroppo, sta venendo a mancare questo bisogno di ricerca per dare un senso più alto alla vita e magari ci si accontenta senza chiedersi alcun perché. Quello che fa paura non è tanto una risposta ne-gativa al senso della vita, ma la non-domanda, la non-ricerca. C’è un ateismo tragico e c’è una non-fede allegra. Non si può stare allegri pensando che nulla vale, che tutto finisce, e tutto finisce nel nulla, anche l’amore più alto, più nobile, più bello. Sono da ammirare – e ci sono- quegli uomini che cercano un senso alla vita e non lo trovano. Un nostro scrittore contemporaneo, Cesare Pavese, è uno di questi, cerca, ma non trova quello che può soddisfare il suo profondo desiderio, ma di fronte a una pagina di Vangelo non può fare a meno di dire: «Se fosse ve-ro, se fosse veramente vero!».
I Magi adorano il Bambino. «Siamo venuti per adorarlo». Conoscere Dio è adorarlo, riconoscerlo nella forma povera da lui scelta per non schiacciarci con il peso della sua gloria: e la povertà di Dio è sempre sconcertante, scandalosa! Di fronte a quel piccolo bambino – apparentemente così uguale a tanti altri – i Magi hanno fatto il salto della fede e lo hanno adorato. Solo la fede permette di superare lo scandalo della ragione, perché solo la fede permette di arrivare alla conclusione giusta di fronte al presepe di Betlemme. Lo scopo del viaggio dei Magi è allora “adorare il Signore”. Il lungo cammino ha una conclusione molto chiara e netta: l’adorazione. Anche noi oggi siamo venuti qui per adorare il nostro Redentore.
In una lirica molto semplice, Francis Jammes, tenero poeta francese morto nel 1938, amante dei valori cristiani e dei sentimenti semplici e delicati, così cantava davanti al Bambino:
«O Signore, non ho, come i Magi che sono dipinti sulle immagini, dell’oro da offrirti. “Dammi la tua povertà!”. Non ho neppure, Signore, la mirra dal buon profumo né l’incenso in tuo onore. “mio, dammi il tuo cuore!”».
La vicenda dei Magi diventa, così, possibile a tutti attraverso i doni in assoluto più cari a Dio: la povertà profonda e il cuore aperto.

(Ermanno Raimondo, Spezzando la sua Parola, Calabria Edizioni, 2018)