Spezzando la sua Parola

IL DONO DELLA VITA DI DIO

Riflessione sulla liturgia della Parola

di monsignor Ermanno Raimondo

Battesimo del Signore  1/13/2019 – Anno (C)
(Letture: Isaia 40,1-5.9-11; Salmo 103; Tito 2,11-14; 3,4-7; Luca 3,15-16.21-22)

È una festa piuttosto recente. La celebrazione è stata inserita nel calendario romano nel 1960, ed è stata fissata alla data attuale nel 1969. Ed è ben collegata con la festa dell’Epifania come seconda manifestazione della gloria del Signore. Il Bambino adorato e riconosciuto dai Magi come neonato Messia oggi è “proclamato dal Padre suo diletto”. Raccontano gli evangelisti che Gesù, trentenne, si recò da Nazaret sulle rive del Giordano per farsi battezzare da Giovanni con il rito penitenziale con cui il profeta preparava gli animi alla conversione e al ritorno a Dio.
Gesù compie un gesto che ai nostri occhi potrebbe sembrare paradossale: Il Santo di Dio, «Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero» – diremo tra poco nel Credo – non aveva bisogno di sottoporsi a questo rito. Eppure l’ha fatto. Ha voluto scendere nelle acque del fiume Giordano – dice san Massimo il Confessore – «non per essere santificato da quelle acque, ma per santificarle per il nostro battesimo», e soprattutto per unirsi a quanti si riconoscono bisognosi di perdono e chiedono a Dio il dono della conversione, cioè la grazia di tornare a Lui con tutto il cuore, ed essere totalmente suoi. Si mette dalla parte dei peccatori per esprimere la vicinanza di Dio. Si fa solidale con noi per dirci che se ci stacchiamo dai nostri peccati e dai nostri egoismi e lo accettiamo nella nostra vita Egli è capace di risollevarci e condurci all’altezza del nostro Padre celeste.
Scendendo nelle acque del Giordano Gesù ha voluto significare la sua totale immersione nella nostra umanità fino al sacrificio della croce come espressione di amore per l’umanità intera e la salvezza di tutti gli uomini. Per questo Matteo dice nella sua versione che “Giovanni voleva impedirglielo”, ma Gesù gli risponde: «Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia». Con questa espressione, Gesù manifesta la sua sottomissione alla volontà del Padre accettando di farsi uomo, farsi uno di noi e di umiliarsi fino alla morte di croce. Questa è la sua “giustizia”. Uscendo dalle acque – racconta Luca – «Mentre tutto il popolo veniva battezzato e Gesù, ricevuto anche lui il Battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì».
Facendo l’analisi logica il soggetto di questa espressione è il cielo. Il battesimo passa in secondo piano. «Il cielo – dice Luca – si apre per la preghiera di Gesù». Mentre Gesù prega si apre il cielo. Cosa vuol dire? Vuol dire che c’è una manifestazione di Dio, una teofania: «Sopra Gesù discende lo Spirito Santo in forma corporea, come una colomba, e una voce dal cielo, che è la voce del Padre, gli dice: “Tu sei mio Figlio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento”». Dio, cioè, proclama Gesù suo Figlio e lo consacra «con unzione sacerdotale, profetica e regale – dirà il prefazio – perché tutti gli uomini riconoscano in lui il Messia, inviato a portare ai poveri il lieto annunzio».
Il Battesimo di Gesù è l’inizio umile e nascosto dell’azione decisiva, ultima, di Dio che ci chiama ad essere suoi figli. Anche per noi, rinati nel Battesimo, valgono le parole del Padre: “Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento”.
II cielo che si dischiude su Gesù è la porta che, attraverso la fede, ci introduce come “figli” nel cuore paterno e materno di Dio. Nel celebrare la festa liturgica del Battesimo di Gesù il nostro pensiero e la nostra preghiera devono rivolgersi oggi al nostro battesimo, al battesimo che ognuno di noi ha ricevuto nell’infanzia per riscoprirne la bellezza e quella personale grazia di Dio che entrando in noi ci ha fatti diventare creature nuove per camminare sulla terra da veri figli di Dio amandolo con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le forze e amando per amor suo tutti i nostri fratelli. Sono purtroppo vere e attuali le parole di un famoso cardinale francese, Card. Suenens: «Abbiamo tanti battezzati, ma pochi cristiani! Perché? Perché singolarmente e come comunità la nostra fede non è così viva da far maturare il seme dei nostri battesimi».
La fede è il dono più bello e più prezioso che il Signore ci ha dato per realizzare al meglio la nostra vita. Per farla crescere e rendere più luminosa la nostra vita dobbiamo vivere con più coerenza le promesse battesimali che tra poco rinnoveremo in sostituzione del Credo ripromettendoci di vivere su questa terra da veri figli di Dio e “fedeli imitatori del suo prediletto”, come abbiamo chiesto nella prima preghiera della Messa.

(Ermanno Raimondo, Spezzando la sua Parola, Calabria Edizioni, 2018)