Spezzando la sua Parola

LO SPOSO GIOISCE PER LA SUA SPOSA

Riflessione sulla liturgia della Parola

di monsignor Ermanno Raimondo

II Domenica del Tempo Ordinario  1/20/2019 – Anno (C)
(Letture: Isaia 62,1-5; Salmo 95; 1 Corinzi 12,4-11; Giovanni 2,1-12)

All’inizio del Tempo Liturgico Ordinario la liturgia ci propone una pagina di vangelo molto nota, le Nozze di Cana, con cui Gesù inizia la sua vita pubblica invitandoci a riempire le anfore vuote del cuore con l’amore misericordioso del Padre fonte della vera gioia.
È la terza delle manifestazioni o “epifanie” di Gesù secondo l’antica tradizione liturgica. Gesù, dopo aver mostrato ai Magi il volto visibile di Dio nella piccolezza e nella tenerezza di un Bambino; dopo essersi rivelato al Giordano come di Dio facendosi solidale con l’umanità peccatrice, a Cana di Galilea mostra ai “suoi discepoli” un altro volto dell’amore misericordioso di Dio, quello dello “sposo” che “gioisce per la sua sposa”, “manifesta la sua gloria” attraverso il primo dei “segni” della sua forza divina: “cambia l’acqua in vino” per simboleggiare i doni che Dio (lo sposo) fa a Israele (sua sposa) nell’Alleanza.
Su questo, più che sul miracolo della trasformazione dell’acqua in ottimo vino, il vangelo porta la nostra attenzione. Così uno sposalizio, celebrato nell’Israele di allora diventa per Gesù il contesto ideale di un altro sposalizio, quello di Dio con l’umanità, uno sposalizio promesso attraverso i profeti e realizzato pienamente nell’Incarnazione del suo Unigenito. Il “segno” che Gesù compie – così Giovanni chiama il miracolo – non è tanto finalizzato a salvare una situazione critica causata dall’esaurimento del vino nel bel mezzo del ricevimento e rendere felici i due giovani sposi, ma ad inaugurare la nuova e definitiva Alleanza di Dio con gli uomini.
I particolari del racconto – l’abbondanza di vino di ottima qualità, il fatto stesso che l’acqua adoperata per le abluzioni rituali è trasformata da Gesù in vino – sono infatti tutti tratti messianici, che rivelano la sua identità di Figlio di Dio e di sposo della Chiesa, nuovo popolo di Dio, personificato in Maria.
La nuova ed eterna alleanza annunciata a Cana Gesù la realizza pienamente sulla Croce. È proprio alla luce della Croce che si può capire la natura della gloria che Gesù manifestò per la prima volta a Cana di Galilea. “Manifestò la sua gloria – dice il vangelo – e i suoi credettero in lui”. Potrebbe sembrare strano affermare che la gloria si riveli sulla Croce, un luogo tutt’altro che glorioso. Ma l’evangelista insiste su questo pensiero. E ha ragione. La gloria di Dio, in altre parole, ciò che lo rivela al mondo e rende visibile l’invisibile volto di Dio – questo è appunto il significato di “gloria” – è l’inaudita potenza dell’amore che resta fedele fino alla morte di croce.
Il messaggio liturgico tende soprattutto a suscitare in noi la fede in Lui. “I suoi discepoli credettero in lui”. Con questa espressione si conclude il brano del vangelo. La costruzione grammaticale (il greco dice epistéusan eis autòn oi autou) denota che la fede è uno slancio, un passaggio dal vecchio al nuovo. Non si crede in una cosa o in una dottrina, ma in una persona. Il discepolo si fida di Gesù, si abbandona a Lui e si lascia condurre con lo stesso atteggiamento di Maria. La fede è conversione, apertura al nuovo, disponibilità; è consapevolezza della propria fragilità, ma anche fiducia che con la grazia offerta da Gesù si compie la misericordia del Padre che trasforma il nostro cuore – la “nostra “anfora di pietra” (simbolo, nella Bibbia, di imperfezione) – in un “cuore di carne”.
Di questa fede è modello Maria, la Madre di Gesù, che accetta l’apparente rifiuto del Figlio ben sapendo che con quell’iniziale rifiuto Gesù voleva solo trasformare la fede della Chiesa (di cui Maria è il modello) da una fede incipiente a una fede più matura. Gli uomini cercano nel miracolo la soluzione a un loro imbarazzo: Gesù fa il miracolo per una rivelazione superiore.

(Ermanno Raimondo, Spezzando la sua Parola, Calabria Edizioni, 2018)