Spezzando la sua Parola

ESSERE PIÙ CHIESA PER ESSERE L’OGGI DEL RISORTO

Riflessione sulla liturgia della Parola

di monsignor Ermanno Raimondo

III Domenica del Tempo Ordinario  1/27/2019 – Anno (C)
(Letture: Neemia 8,2-4a.5-6.8-10; Salmo 18; 1 Corinzi 12,12-30; Luca 1,1-4; 4,14-21)

L’apostolo Paolo nel brano odierno della Prima Lettera ai Corinti (12, 12-30) paragona la comunità ecclesiale al corpo umano. Come il corpo è uno e nello stesso tempo composto di molte membra in perfetta armonia tra loro, così dev’essere la comunità. Ogni membro che ne fa parte non può e non deve chiudersi nell’interesse privato e personale e vivere solo in funzione di se stesso, ma deve tener conto dei bisogni degli altri, mettere, anzi, a servizio della comunità i propri doni, i propri talenti, senza competizioni e rivalità.
La vita è relazione, socievo-lezza. Per definizione l’uomo è naturaliter socialis, secondo l’espressione di Tommaso d’Aquino, e prima ancora di Seneca. Tutto è sempre in funzione dell’altro. Non possiamo fare a meno degli altri. Viviamo di relazioni sin dal concepimento. Scopriamo noi stessi quando ci scopriamo “parte di un corpo sociale”; scopriamo che siamo vivi e realizziamo noi stessi quando partecipiamo alla vita dello stesso corpo, sia sul piano sociale che sul piano religioso. Questo ci rende responsabili sia come cristiani che come laici quando siamo chiamati a fare delle scelte che riguardano il bene comune.
Il concetto paolino sull’unità del corpo e delle membra lo troviamo espresso già nella pagina di Neemia (un testo scritto circa cinquecento anni prima di Cristo). Il popolo d’Israele, reduce dalla sua lunga e amara esperienza dell’esilio babilonese, ravviva la sua relazione con Dio aggrappandosi alla sua Parola come naufraghi a tavole di salvezza. Intorno alla Parola proclamata da una tribuna di legno (l’ambone di oggi) ritrova la sua unità e ravviva la sua speranza nel Messia. Neemia sottolinea la commozione che il popolo d’Israele provava quando si riuniva intorno alla Parola: “tutto il popolo piangeva, mentre ascoltava le parole della Legge” data da Dio a Mosè sul Monte Sinai, in essa trovava conforto e sperimentava la vicinanza di Dio. È una commozione che proviamo anche noi quando ascoltiamo la Parola divina con fede e sete di salvezza.
Due sono i segni che creano la comunità: l’ascolto della Parola di Dio e il banchetto eucaristico. Anche Gesù entra in questa dimensione e si sente “parte di una comunità”, partecipa anche lui all’as-semblea sinagogale. E non come semplice spettatore, ma come partecipante attivo. Si alza, legge e spiega quel che legge, lo rende attuale, apre orizzonti nuovi. Nella sinagoga di Nazaret dove era andato a pregare assieme all’assemblea, quel giorno Gesù rivela la sua identità di Messia e di Dio, e traccia le coordinate della sua missione, che sarà poi la missione di tutta la Chiesa, riassumendola in quattro verbi mutuati dal profeta Isaia: portare gioia; restituire libertà; dare occhi nuovi; proclamare l’anno di grazia del Signore. Conclude con parole che si imprimono nella pietra: “Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato”. Parole che oggi sono rivolte a noi: “Oggi si adempiono le vostre speranze. Sono Io la risposta alle vostre attese, sono Io la via da percorrere per ristabilire in maniera rinnovata l’Alleanza con il Padre”.
Tutte le azioni di Gesù sono a favore dell’uomo e dell’autenticità della sua vita, a testimonianza che Dio ha a cuore la sorte di ogni persona ed è misericordioso verso tutti, e soccorre i suoi figli perché tornino a Lui e non vuole la morte del peccatore ma che si converta e viva.
Per portare avanti la sua missione Gesù ha voluto con sé prima i dodici apostoli e successivamente quelli che si lasciano conquistare dalla sua Parola. Tra questi siamo noi, oggi.
Scopriremo anche noi il senso della nostra vita e troveremo risposte alle nostre attese e speranze se verremo qui non per abi-tudine, ma spinti dal desiderio di sentire le vibrazioni inte-riori dell’essere comunità che ascolta, che parla, che canta, che ama, che si pente, che mangia il Corpo del Signore assu-mendosi il compito di essere sacramento di amore e vangelo vivo.
Non esiste un’avventura più entusiasmante di questa: es-sere un rotolo evangelico che viene letto da chi o a chi è in cerca di una “buona notizia”. Per ciascuno di noi è più importante dell’avere un nome è avere un cognome. Avere il co-gnome significa che apparteniamo a qualcuno e che ci sentiamo a casa nostra quando viviamo con la famiglia che ha quel determinato cognome. In questa luce dobbiamo leggere il senso e il va-lore della nostra partecipazione liturgica. Siamo una famiglia, la famiglia dei figli di Dio. Abbiamo tutti lo stesso cognome, ma nomi diversi per dire, ognuno con la propria individualità, la lode del Signore. Alla Messa non dobbiamo stare come statue, a bocca serrata e il cuore chiuso, ma con la partecipazione del cuore, della mente e della voce. È così che riscopriremo il senso vero della nostra partecipazione.

(Ermanno Raimondo, Spezzando la sua Parola, Calabria Edizioni, 2018)