Spezzando la sua Parola

TESTIMONIARE LA VERITÀ SENZA PAURA

Riflessione sulla liturgia della Parola

di monsignor Ermanno Raimondo

IV Domenica del Tempo Ordinario  2/3/2019 – Anno (C)
(Letture: Geremia 1,4-5.17-19; Salmo 70; 1 Corinti 12,31-13,13; Luca 4,21-30)

Annunciare e testimoniare il Vangelo di Cristo non è stato mai facile, non lo è stato in passato, non lo è ancora di più oggi vivendo in un mondo scristianizzato.
L’ambiente in cui viviamo sembra sopporti con disagio la nostra presenza e spesso noi abdichiamo al nostro dovere cristiano di professare apertamente le verità in cui crediamo. Preferiamo tacere e vivere nell’anonimato, piuttosto che far conoscere la bellezza della nostra fede cristiana e andare contro corrente e sostenere, se necessario, con coraggio, i nostri valori che tanti martiri hanno testimoniato con la vita. Le letture della Messa di oggi ci esortano a non avere paura di annunziare e testimoniare la verità, come ha fatto nostro Signore Gesù Cristo, come hanno fatto i profeti.
La prima lettura parla della vocazione di Geremia, un uomo chiamato da Dio a svolgere la missione profetica nel momento più tragico della storia d’Israele per contestare la società del suo tempo. Cosciente di essere “voce di Dio” giudica e condanna gli opportunismi, i camuffamenti, i tradimenti verso l’alleanza con Dio. Non ha peli sulla lingua e non ha riguardo di nessuno, non si lascia comprare da nessuno. Per questo avrà vita difficile e sarà perseguitato. Ma Il Signore gli aveva detto: “Prima di formarti nel grembo materno, io ti ho conosciuto… ti ho consacrato. Ti muoveranno guerra, ma non ti vinceranno, perché io sono con te per salvarti”. Sono parole rivolte non solo a Geremia, ma anche a ciascuno di noi.
Ognuno di noi è pensato, amato, conosciuto, desiderato dal cuore di Dio e come tale destinato a svolgere una missione coraggiosa. Il ruolo del cristiano è questo. Dovremmo avere anche noi il coraggio del grande vescovo di Shangai, il Card. Francis Xavier Nguyen Van Thuan, morto qualche anno fa. Non si piegò al regime cinese. Gli costò ben 16 anni di carcere duro! In cella la notte quando rimaneva solo celebrava nascostamente la Messa con sole due gocce di vino (che gli veniva dato per la “salute”) e che metteva sulla palma della mano insieme con un pezzetto di pane che conservava ogni giorno. Racconti di santi martiri. Alla fine, alcune guardie, ammirandolo, chiesero di essere battezzate e partecipare a quella solenne Messa. Il vescovo Mons. Riboldi, famoso per le sue coraggiose posizioni contro la camorra, racconta che quando incontrava il cardinale Van Thuan era colpito dalla croce che portava sul petto fatta del legno del carcere e dalla catena fatta, non di oro, come quella degli altri vescovi, ma di ferro spinato.
Che insegnamenti! Sono questi gli esempi che dovremmo imitare tutti, a cominciare da noi pastori.
Siamo nel mondo, ma non del mondo, dice Gesù. Nel mondo dobbiamo starci come lievito per cambiarne la mentalità e gli effimeri valori che anziché servire al vero bene dell’umanità portano al disfacimento della vera grandezza dell’uomo fatto a immagine di Dio. L’omertà non è mai virtù cristiana e non lo è nemmeno la pretesa di piegare Dio ai propri interessi. A Nazareth – come abbiamo sentito nel Vangelo – proprio questo volevano i compaesani di Gesù. I miracoli. Ma non per credere e convertirsi, ma per risolvere i loro problemi. Lo consideravano solo un distributore di miracoli. Gesù non si piega alle loro aspettative. Egli è venuto non a dare, ma a prendere qualcosa. È venuto a prendere il vecchio cuore di pietra per sostituirlo con un cuore di carne: È la mano che Dio tende ai peccatori – dice un prefazio – la parola che ci salva, la via che ci guida alla pace.
Gesù non è stato accolto dai suoi concittadini, al punto da fargli dire quella frase rimasta proverbiale: nemo profeta in patria. “Lo cacciarono fuori della città”. Il risultato? Nazareth rimase senza Cristo. Succede anche a noi la stessa cosa. Rimandiamo sempre a domani la conversione della vita, perché deciderci su due piedi, subito, costa. Allora tentiamo di scaricarlo giù dal monte ed estrometterlo dalla nostra vita. E lui se ne va da “gran Signore”. Solo che Lui resta Dio, e noi dei poveri uomini. E la vita senza di Lui non vale nulla. «Signore, tu sei la mia speranza, la mia fiducia fin dalla mia fanciullezza». È una preghiera che dovrebbe uscire ogni giorno dal nostro cuore!

(Ermanno Raimondo, Spezzando la sua Parola, Calabria Edizioni, 2018)