Spezzando la sua Parola

GUARDARE I FRUTTI

Riflessione sulla liturgia della Parola

di monsignor Ermanno Raimondo

VIII Domenica del Tempo ordinario  3/3/2019 – Anno (C)
(Siracide 27,5-8; 1Corinzi 15,54-58; Luca 6,39-45)

Ogni volta che ascoltiamo il Vangelo avvertiamo che la parola di Gesù è una parola diversa da quella che ascoltiamo nelle relazioni quotidiane, perché non è mai un parola indifferente o vuota: è più tagliente di una spada a doppio taglio, penetra nella profondità del cuore e ci raggiunge nell’intimità più profonda, lì dove prendiamo le nostre decisioni.
Nella prima lettura di questa domenica il libro del Siracide paragona il cuore umano al “setaccio” e al forno del vasaio per darci utili raccomandazioni sul nostro modo a volte precipitoso di giudicare gli altri.
“Quando si scuote un setaccio restano i rifiuti; così quando un uomo discute, ne appaiono i difetti. I vasi del ceramista li mette a prova la fornace, così il modo di ragionare è il banco di prova pe un uomo”.
Per capire a fondo il significato del brano bisogna andare a tempi lontani quando le donne prima di andare a macinare il grano lo vagliavano con cura per ripulirlo dalle impurità, dalle pagliuzze, dalle foglie, dalla pula. Nell’altra immagine, ogni vasaio passava il vaso attraverso il calore della fornace per valutarne la consistenza: se il vaso non era di pura terracotta si spaccava.
Nei confronti degli altri noi ci comportiamo spesso come le donne che setacciano il grano, li scuotiamo per bene esponendoli al vento per farne venir fuori i difetti; ci comportiamo come il vasaio: li sottoponiamo alla prova del fuoco dei nostri severi controlli.
Nel brano evangelico Luca riporta le parole dure di Gesù su quanto accadeva nelle sue comunità divise da critiche, pettegolezzi, giudizi malevoli rivolgendo un severo monito a quanti si comportavano da “falsi maestri” facendo perdere con i loro sottili ragionamenti la carica dirompente del suo messaggio. Ricorda loro alcuni detti pronunciati da Gesù in varie occasioni: la parabola del cieco che guida un altro cieco, il rapporto discepolo-maestro, la pagliuzza nell’occhio del fratello, la parabola dell’albero e dei frutti.
Nella pretesa di guidare un altro cieco si nasconde una tendenza di dominio, la presunzione, l’atteggiarsi ipocritamente a maestri e guide senza averne le doti. Quello che sembra amore – aiuto a un bisognoso – è solo una forma di egoismo: guidando un cieco mi comporto come pa-drone del suo destino e della sua persona.
Il vecchio proverbio ha già messo in ridicolo la pretesa del cieco: cadranno insieme nella fossa.
Il detto sul rapporto discepolo-maestro è la norma di condotta per ogni credente: ogni discepolo per sua natura è chiamato ad imitare il maestro, non può neppure ipotizzare di essere di più di Gesù. Per la sua scelta radicale fa di Gesù la misura più alta della sua realizzazione, il maestro, il modello, e non dà un giudizio affrettato sugli altri senza tener conto della vera realtà delle persone. Come si può giudicare una persona senza conoscerne veramente il cuore?
Con la frase della “pagliuzza” e della “trave” Gesù chiama a riflettere sull’innata tendenza di ergersi con ipocrisia a maestri e guide. Un’insidia subdola che ci porta a puntare il dito accusatore verso gli altri piuttosto che verso noi stessi, a sparlare degli altri e smascherare i loro difetti per coprire e sminuire i nostri. Diceva il santo monaco Doroteo di Gaza (sec.VI): “Quando l’uomo non è capace di rimproverare se stesso, non esita ad incolpare neppure Dio in persona”. Diceva ancora: «Da dove viene tutta questa nostra smania di giudicare tutto e tutti, se non da mancanza di amore? Se avessimo in noi un po’ di amore e di compassione, non ci cureremmo di guardare i peccati del prossimo, perché, come dice la Scrittura: “L’amore tutto copre” (1 Corinzi 13,6). Non sono certo ciechi e santi e nessuno odia il peccato quanto loro; eppure non odiano chi lo commette, non giudicano, ma ne hanno compassione, lo consigliano, lo consolano, hanno cura di lui come di un membro malato, fanno di tutto per salvarlo». Se uno di noi ha un piede malato, piagato, e rischia l’amputazione, fa del tutto per salvarlo. Non dovremmo fare anche noi così nei confronti di un nostro fratello che ha peccato? “Siamo un solo corpo e membra gli uni degli altri”, dice l’apostolo Paolo (Romani 12,5).
Concludo con un racconto indiano. “Un discepolo si era macchiato di una grave colpa. Tutti gli altri reagirono duramente condannandolo. Il maestro, invece, non reagì e non lo punì. Uno dei discepoli non seppe trattenersi e sbottò: «Non si può ignorare ciò che è accaduto: dopo tutto, Dio ci ha dato gli occhi!». «È vero, ma ci ha dato anche le palpebre!», replicò il maestro. “L’uomo giusto si addolora nel biasimare gli errori, il malvagio invece ne gode”. Siamo completamente agli antipodi dell’insegnamento di Gesù: “Siate misericordiosi come il padre vostro è misericordioso”.

(Ermanno Raimondo, Spezzando la sua Parola, Calabria Edizioni, 2018)