Spezzando la sua Parola

IN AGONIA FINO ALLA FINE DEL MONDO

Riflessione sulla liturgia della Parola

di monsignor Ermanno Raimondo

Venerdì Santo – «Passione del Signore»  3/19/2019 – Anno (C)
(Letture: Isaia 52,13- 53,12; Salmo 30; Ebrei 4,14-16; 5,7-9; Giovanni 18,1- 19,42.)

Oggi contempliamo il Volto di Gesù Crocifisso, uomo dei dolori. Il Volto “senza bellezza” di cui parla il profeta e in cui dobbiamo riconoscere il volto di ogni uomo sofferente, distrutto dal dolore. Il volto dell’Uomo. “Ecco l’uomo” – dice Pilato – presentando Gesù alla fine del processo.
Il volto, per la fede dei cristiani, nasconde e svela, nello stesso tempo, il mistero di Dio.
Sulla terra, è l’icona che in modo adeguato riflette la santità e la grandezza di Dio. L’unica realtà veramente santa e sacra, perché misteriosamente portatrice di Dio.
Il Volto di Gesù – anche nello sconvolgimento della passione – è lo specchio e il riflesso di Dio. Il Volto e il suo Corpo crocifisso sono ormai l’unico vero “luogo santo”. È stato Gesù stesso, però, a suggerirci anche a identificare nel suo Volto il volto di ogni uomo che soffre. Io in loro. Ogni povero, ognuno che è colpito dal male è immagine che rimanda all’uomo della passione, al Crocifisso del Calvario, alla prima immagine di Dio. Non è possibile guardare al Crocifisso e dimenticare gli altri crocifissi. E non è più possibile, dopo il Venerdì Santo, vedere il volto di un sofferente senza intravvedervi i lineamenti del Volto di Cristo, il giusto, l’innocente; senza vedervi il segno della presenza di Dio. Come quello di Gesù, il volto e il corpo delle vittime è ormai il tempio di Dio. Allora, credere significa anche questo: non chiudere gli occhi davanti agli orrori di oggi, alle tante facce distrutte dalla violenza, dalla tortura, dall’ingiustizia, dal dolore, dalla fame, dalla droga e in questo mare di dolore riconoscere la presenza di Dio.
La liturgia orientale nel presentarci la Vergine addolorata che guarda il Volto sfigurato del figlio mette sulle sue labbra parole che denotano la sua sofferenza interiore: “Figlio mio, dov’è finita la bellezza del tuo Volto? Non sopporto vederti iniquamente crocifisso. Affrettati dunque, risorgi!” La compassione di Maria dovrebbe diventare la nostra compassione di fronte all’Uomo della Croce, di fronte ad ogni uomo dal volto sfigurato. E dovremmo cadere in adorazione. Per il Cristo, è ovvio, ma anche per il prossimo.
Adorare – cioè fare qualche cosa perché quei corpi e quei volti siano liberi – perché al di là del tormento, possano lasciare trasparire almeno un raggio di pace, la speranza della risurrezione. Siamo tenuti a diventare apostoli di vera bellezza. Siamo ben coscienti e turbati che essa è assente e negata quando il male sembra trionfare, quando la violenza e l’odio prendono il posto dell’amore e la sopraffazione quello della giustizia. La vera bellezza è assente anche dove non c’è più gioia, specialmente là dove il cuore dei credenti sembra essersi arreso all’evidenza del male e manca l’entusiasmo della vita di fede e non si irradia più il fervore di chi crede e segue il Signore della storia e di ogni vita.
Il ricordo dell’Uomo di Nazareth Crocifisso diventa ricordo d’amore, soltanto se nel volto e nell’uomo sofferente è riconosciuto e soccorso Dio stesso. Strappando un sorriso ai volti deturpati, asciugandovi le lacrime diventeremo seminatori di bellezza autentica: riflesso di risurrezione, dello splendore intramontabile del nostro Dio. È lo sforzo richiestoci di coniugare l’oggi del dolore umano all’oggi di Dio Salvatore.

(Ermanno Raimondo, Spezzando la sua Parola, Calabria Edizioni, 2018)