Spezzando la sua Parola

BUONA PASQUA, MA VERA

Riflessione sulla liturgia della Parola

di monsignor Ermanno Raimondo

Veglia pasquale nella Notte Santa  3/20/2019 – Anno (C)
(Genesi 1,1 – 2,2; Genesi 22,1-18; Esodo 14,15- 15,1; Esodo 15,1-7a.17-18; Isaia 54,5-14; Isaia 55,1-11; Isaia 12,2-6; Baruc 3,9-15.32 – 4,4; Ezechiele 36,16-17a.18-28; Romani 6,3-11; Salmo 117; Luca 24,1-12.)

“Esulti il coro degli angeli, esulti l’assemblea celeste … Gioisca la terra inondata da così grande splendore”. È l’invito che ci giunge in questa notte. “È la notte in cui Cristo, spezzando i vincoli della morte, è risorto vincitore dal sepolcro. La luce del Re eterno ha vinto le tenebre del mondo”.
La liturgia ci rende partecipi in questa notte della sorprendente notizia della vittoria del Signore narrata da Luca nel suo vangelo in cui sono protagoniste le donne.
Al mattino presto vanno al sepolcro con aromi per fare quello che non avevano potuto fare prima: imbalsamare il corpo di Gesù. Un gesto di compassione, di affetto, di amore, un gesto tradizionale verso una persona cara defunta. A questo punto, avviene qualcosa d’inaspettato che sconvolge i loro piani e la loro vita: la tomba è vuota. Non c’è più il corpo del Signore. Come spiegarsi un fatto del genere? All’improvviso la soluzione viene dall’alto: due angeli annunciano loro che l’impossibile è diventato possibile: “Non è qui, è risorto”. Si ricordarono delle parole di Gesù: “Bisogna che io sia crocifisso e risorga”. E diventarono le “apostole” degli apostoli che, ricevuta la notizia, di corsa si recano al sepolcro. Cosa si è presentato davanti ai loro occhi? “Scomparso il corpo, le fasce che lo avevano avvolto, più pesanti – commenta Vittorio Messori – si erano abbassate sulla sindone che esse coprivano e avevano assunto una posizione “distesa”. Il corpo di Gesù non aveva scompigliato le fasce perché le aveva attraversate”. Non porta via le fasce con lui perché non servono più, con lui porta solo le stimmate, segno di sconfinato amore. Gesù è vivo. Non è semplicemente tornato in vita, riprendendo quella precedente, com’era avvenuto per il figlio della vedova di Naim o per Lazzaro di Betania. È vivo di una vita nuova e diversa da quella precedente e non di “nuovo vivo”. Questa sua vita prosegue nei cieli, dove viene innalzato alcuni giorni dopo (Lc 24, 51).
Passare per la Pasqua significa lasciare qualcosa dietro, abbandonare gli abiti della morte e rivestire abiti nuovi, nuove abitudini di vita; significa camminare in una vita nuova e nella speranza che Gesù è sempre al nostro fianco e non ci deluderà mai.
Sì, nel mondo c’è sempre tanto male, ma la grande notizia della Pasqua continua a correre annunciando la vittoria della vita sulla morte, del bene sul male, dell’amore sull’odio, della luce sulle tenebre, dei poveri e degli umili sui potenti e la sconfitta dei farisei e dei faraoni potenti; annunciando che siamo tutti incamminati non verso il buio della tomba, ma verso la pienezza della vita, verso l’intimità con Dio e in Dio nell’eterna beatitudine.
Grazie a questo nuovo fermento prende sempre più spazio la dignità della persona, cresce la fraternità tra i popoli, si allargano le frontiere e ci scopriamo sempre più uguali gli uni agli altri.
Il grande Cero Pasquale acceso al fuoco benedetto davanti alla chiesa, simbolo di Cristo, è un segno di una vita nuova e di una felicità insperata, donata a noi dal Padre per vivere come suoi figli in una vita riconciliata con lui e con i nostri fratelli, un segno che apre la strada alla speranza perché entri così profondamente nei nostri cuori da farci cantare l’alleluia della vita che ci sostiene e ci guida ad ogni passo.
Alla luce della Pasqua possiamo dire non solo di sapere perché viviamo, ma anche per chi viviamo, per Colui che è l’Amore eterno.
“In Te, Cristo risorto, si sciolgono e si compongono le vicende umane! Se abbiamo fame, Tu sei, o Cristo, il pane della vita, quella vera. Se abbiamo sete, Tu, o Cristo, sei la sorgente di acqua viva. Tu, o Cristo, sei il grande povero: sei la liberazione dai legami che fanno l’uomo schiavo dell’idolatria e del benessere. Se abbiamo bisogno di amore, Tu, o Cristo sei il supremo donatore della carità per gli uomini e fra gli uomini. Se abbiamo bisogno di vita, Tu, o Cristo, sei il principio della vita che non muore» (Paolo VI).

(Ermanno Raimondo, Spezzando la sua Parola, Calabria Edizioni, 2018)