Spezzando la sua Parola

IL “SUO” PANE

Riflessione sulla liturgia della Parola

di monsignor Ermanno Raimondo

Giovedì Santo – Cena del Signore  4/18/2019 – Anno (C)
(Letture: Esodo 1-8.11-14; Salmo 115; 1 Corinti 11,23-26; Giovanni 13,1-15)

Nella tradizione della Chiesa in questa settimana i giorni sono detti Santi. Oggi è il Giovedì Santo. Una giornata carica di mistero. In mattinata nelle Cattedrali di tutto il mondo i vescovi concelebrano la Messa crismale con i loro sacerdoti e consacra gli oli sacri: l’olio dei catecumeni per le celebrazioni dei battesimi, l’olio degli infermi per gli ammalati, l’olio del crisma per le cresime e le ordinazioni sacerdotali ed episcopali. Davanti al vescovo – segno di unità della Chiesa diocesana – i sacerdoti rinnovano le promesse sacerdotali fatte nel giorno della loro ordinazione: la promessa di volersi unire intimamente al Signore Gesù, Sommo ed eterno Sacerdote, modello del loro sacerdozio; la promessa di essere fedeli dispensatori dei divini misteri per mezzo della Santa Eucaristia e delle altre azioni sacre; la promessa di lasciarsi guidare nel loro ministero non da interessi umani ma dall’amore per i nostri fratelli.
In tutte le chiese parrocchiali si celebra nel tardo pomeriggio la Cena del Signore nella quale Gesù, prima di consegnarsi alla morte, lasciò alla Chiesa il memoriale del “sacrificio della nuova ed eterna alleanza”, l’Eucaristia. I fedeli rivivono nella fede il “Mistero della fede”, guidati e illuminati dalle sacre letture.
Nella prima lettura dal Libro dell’Esodo viene raccontata l’origine della Cena Ebraica; nella seconda lettura, dall’Epistolario paolino, la cena eucaristica delle prime comunità cristiane.
Nel Vangelo la Chiesa ci fa leggere i primi versetti del capitolo tredicesimo del vangelo di Giovanni, nei quali l’evangelista di quella Cena non ha ricordato le parole di benedizione sul pane e sul vino, ma il gesto del Signore che lava i piedi dei discepoli. A narrarci la consegna della Cena, nella Messa odierna è l’apostolo Paolo. C’è, in questo, un motivo profondo. Il gesto di Gesù di lavare i piedi dei discepoli racchiude il vero significato dell’Eucaristia, che è quello del servizio e dell’amore cristiano.
Nell’antichità il gesto di lavare i piedi era un gesto riservato agli schiavi. Gesù “si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugamano di cui si era cinto”. Alla fine spiega – come facevano i profeti – il suo gesto. “Se io, il Maestro e Signore, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi”. Con questo Gesù ha voluto esprimere simbolicamente tutto il mistero della sua vita: di essere venuto sulla terra non per sete di dominio, ma solo per servire e dare la vita per noi”. “Avendo amato i suoi – dice San Giovanni – li amò sino alla fine”. Gesù compie un gesto contrario a quello di Adamo che aveva tentato di allungare la mano verso il divino, egli discese invece dalla sua divinità fino a diventare uomo, fino ad assumere la condizione di servo, “facendosi obbediente fino alla morte di croce”.
Da qui comincia l’Eucaristia: dall’amore che abbiamo gli uni verso gli altri sull’esempio di Gesù che ci amò fino al dono della sua vita. La lavanda dei piedi è l’episodio nel quale appare in modo inequivocabile la vera onnipotenza di Dio: l’onnipotenza dell’amore! Nella sua cena di addio, Gesù, “avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine”: “spogliò se stesso” della sua condizione di Maestro e Signore, e si “vestì” della condizione di servo. E questo fece per esprimere simbolicamente quello che fu l’ideale e l’essenziale della sua vita e della sua passione: servire Dio e i fratelli, insegnandoci un nuovo modo di vivere: vivere per gli altri, nella carità fraterna. «Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri» (Giovanni 13,34). Da qui comincia l’Eucaristia, la vera Eucaristia, dall’amore sincero e fattivo per il prossimo. L’Eucaristia che Gesù ha messo nelle mani fragili di noi sacerdoti ordinandoci di fare quello che Lui ha fatto nell’ultima Cena come Memoriale vivente della sua morte e della sua risurrezione, la possiamo capire pienamente e fare nostra solo quando siamo disposti a spendere la vita nella filiale obbedienza alla volontà del Padre e nelle fattiva e generosa attenzione ai bisogni dei nostri fratelli. Il mondo d’oggi così scettico e sfiduciato riconosce il Corpo di Cristo nel pane spezzato quando noi cristiani sappiamo “spezzarlo” in opere di misericordia e di consolazione, come del resto la Chiesa ha fatto nei secoli consolando l’umanità sofferente con lo stesso amore di Cristo che ha lavato e asciugato i piedi degli ultimi.
Invenzione più grande Gesù non poteva fare per rimanere con i discepoli di tutti i tempi. Giovanni Paolo II scriveva nella lettera Apostolica Mane nobiscum Domine che alla richiesta dei discepoli di Emmaus di rimanere “con” loro – “resta con noi, Signore, perché si fa sera” – in quel momento difficile in cui erano carichi di tristi pensieri, Gesù non solo accettò di restare “con” loro, ma rimase “in” loro. Mediante il dono del sacramento dell’Eucaristia trovò il modo di rimanere “in” loro. Con il dono dell’Eucaristia si è fatto cibo per noi, vero pane, e fonte d’amore per tutti e per sempre, “La mia carne è vero cibo, il mio sangue vera bevanda”. Gesù è il nostro nutrimento, il nutrimento necessario per noi che camminiamo per le vie di questo mondo, è medicina, sostegno per la nostra povera vita: cura le malattie, libera dai peccati, solleva dall’angoscia e dalla tristezza. Quello che la manna era per gli Ebrei nell’attraversamento del deserto, l’Eucaristia è per noi pellegrini su questa terra.
“Sulla strada dei nostri interrogativi e delle nostre inquietudini, talvolta delle nostre cocenti delusioni, Gesù, divino Viandante – scriveva ancora Giovanni Paolo II – continua a farsi nostro compagno” (Mane nobiscum Domine n.2) fino alle soglie dell’eternità.
Ogni volta che noi sacerdoti ripetiamo le parole di Cristo sul pane e sul vino, le nostre parole acquistano l’efficacia delle parole uscite dalla sua bocca durante l’ultima cena: il pane diventa realmente il suo Corpo offerto per noi, il vino il Sangue versato in remissione dei peccati. Non ripetiamo, né rinnoviamo l’atto di offerta di Cristo che è unico e irripetibile, ma lo rendiamo attuale, il suo sacrificio ritorna presente mediante le parole della consacrazione in ogni comunità.
Il Signore ha dato ai sacerdoti il potere spirituale di fare l’Eucaristia, di spezzare il suo Corpo e di rendere Lui presente in mezzo a noi. La grandezza del sacerdote sta nel poter celebrare la Messa. La Messa è la vera grandezza del sacerdote. Si è preti per celebrare il mistero eucaristico.
Diceva il Santo Curato D’Ars che “si comprenderà bene quel che noi facciamo con la celebrazione della Messa solo in cielo”. La potenza della parola del sacerdote che celebra l’Eucaristia fa di un pezzo di pane un Dio. è più che creare il mondo. E di questo ogni sacerdote è consapevole. Nonostante gli sforzi di rispondere al dono ci si rende conto di essere sempre, inadeguati alla grandezza del dono stesso. La cosa che sorprende e consola il sacerdote è che quando Gesù si consegnava quella sera ai discepoli, lo faceva sapendo di consegnarsi a persone poco affidabili. L’abbiamo sentito. “Uno di voi mi tradirà … voi vi scandalizzerete … tu mi rinnegherai … Grandezza e miseria. Ecco che cosa siamo noi preti. C’è un bel ritratto del prete nella lettera agli Ebrei: “Ogni sacerdote scelto fra gli uomini e per gli uomini è costituito tale nelle cose che riguardano Dio … in grado di sentire giusta compassione per quelli che sono nell’ignoranza e nell’errore … anche lui è rivestito di debolezza e anche per questo deve offrire i sacrifici anche per se stesso, come fa per il popolo” (Ctr. Eb 5,1-3). Come Cristo, il sacerdote è sacerdote in eterno. Il Signore ha giurato e non si pente – dice il salmista -: «Tu sei sacerdote per sempre al modo di Melchisedek» (Salmo 109).
Il sacerdote non muore mai. È sacerdote in eterno. «è un uomo che tiene il posto di Dio – diceva il Santo curato d’Ars – il mediatore tra il Signore e il povero peccatore. È il ministro della parola e della misericordia, sempre pronto a rispondere ai bisogni delle anime. è l’economo del buon Dio, l’amministratore dei suoi beni. È un uomo fragile e peccatore come tutti, ma là dove non c’è più – sono ancora parole del curato d’Ars – non c’è più il sacrificio della Messa, non c’è più religione. Lasciate una parrocchia per vent’anni senza prete: vi adoreranno le bestie».
Nel Giovedì santo del 1918 il beato Francesco Maria Greco, fondatore delle suore Piccole Operaie dei Sacri Cuori scriveva sul suo diario: “Sono le quattro del mattino, mi trovo nella mia parrocchia arcipretale, quanta pace si sperimenta davanti a Gesù Eucaristia. In questo giorno così sacro per noi sacerdoti, sento il dovere di ringraziarvi, mio dolce Signore e Maestro… Io, servo inutile, sul grande dono della vocazione sacerdotale. Che grande mistero porto nella mia povera persona! Dio, come quella sera nel cenacolo, diventa Corpo e Sangue nelle mie mani… Chi è il sacerdote? É l’uomo che ha il coraggio di fare silenzio per accogliere la Parola eterna di Dio… È colui che è solo per arricchire la solitudine di molti, è colui che sa guardare l’altro con gli occhi del cuore e dell’amore, sa rigenerarlo a vita nuova. È colui che si fa dono, senza aspettare mai il ricambio, è colui che sa portare la pace perché ha incontrato Dio. È colui che sa celebrare l’Eucaristia con il cuore puro di bimbo, è colui che sa amare con cuore indiviso per accogliere e abbracciare tutti nell’amore. È colui che non cede ai compromessi, perché l’abito che porta glielo impedisce, ma sa dire e gridare la verità anche se a volte può far male. Questo è quello che stasera ho meditato davanti a voi, mio buon Maestro… Possa io sempre essere un sacerdote secondo la vostra volontà e il vostro cuore. E con Cristo, in Cristo e per Cristo, possa sempre lavorare, amare, donare per il bene delle anime e della Chiesa, vostra e mia Sposa”.
Ci vuole un po’ di fede per capire la figura del sacerdote. Si tratta di uno che ha ricevuto una chiamata dall’alto e vi ha risposto con la dedizione della sua vita. Gesù ci invita con insistenza accorata a pregare il Padre celeste perché susciti la scintilla divina della vocazione nel cuore di tanti giovani. Il popolo cristiano deve pregare per le vocazioni sacerdotali, come deve pregare anche per le vocazioni alla vita consacrata, memoria vivente dell’agire e dell’esistere di Gesù. Ogni comunità deve pregare e ringraziare il Signore per il proprio pastore. Ogni sacerdote ha bisogno anche della preghiera del suo popolo per tener desta la coscienza del dono ricevuto.
Terminata la Cena Gesù s’incamminò verso l’Orto degli Ulivi, dove suda sangue per il dolore e l’angoscia. Sostiamo davanti a Lui in adorazione, chiniamoci come peccatori ai suoi piedi per lavarli con le lacrime del nostro pentimento ed ottenere perdono e misericordia.

(Ermanno Raimondo, Spezzando la sua Parola, Calabria Edizioni, 2018)