Spezzando la sua Parola

“LA PASQUA CARDINE DI OGNI MIO GIORNO”

Riflessione sulla liturgia della Parola

di monsignor Ermanno Raimondo

Domenica di Pasqua  4/21/2019 – Anno (C)
(Letture: Atti degli Apostoli 10,34a.37-43; Salmo 117; Colossesi 3,1-4; Giovanni 20, 1-9 (opp. Mt 28,1-10).)

Cristo è risorto, è davvero risorto, Alleluia. Gesù di Nazaret è veramente risorto. A una morte reale corrisponde una risurrezione reale. In altre parole, Gesù è veramente, realmente, corporalmente morto. Nessun filo d’erba ha fatto in tempo a crescere sulla sua tomba.
È l’annunzio che di generazione in generazione è arrivato fino a noi oggi e noi oggi lo passiamo alle generazioni future. “Ciò che abbiamo udito, ciò che abbiamo visto con i nostri occhi, ciò che abbiamo contemplato, ossia il Verbo della vita, lo annunziamo a voi”. È San Giovanni, l’autore del quarto vangelo, a scrivere queste parole, colui che, tra le altre esperienze, è stato il primo a recarsi di buon mattino con Pietro sul posto dove Gesù era stato sepolto e a vedere la tomba vuota, colui che dopo aver preso visione dei teli che avvolgevano il corpo di Cristo per terra e del sudario che gli era stato posto sul capo, non posato per terra con i teli, ma avvolto in un luogo a parte, intuì qualcosa che neppure lo stesso Pietro era riuscito ad afferrare, e cioè che lì era avvenuto qualcosa di assolutamente nuovo. E “Vide e credette”. Non ha visto risorgere Cristo con vessilli in mano come di consueto Gesù Risorto viene rappresentato nell’arte pittorica, ma ha visto solo poche e povere cose che, per come erano messe, gli hanno spalancato il cuore e illuminato la mente. In esse era rimasta la luce della Risurrezione, ed egli intuì, con l’intuizione dell’amore, che Cristo era Risorto, e oltre a vedere “ha creduto”. La sua fede, come del resto la nostra, parte da questi segni lasciati da Cristo Risorto nel sepolcro. Segni che tuttavia rimangono sempre misteriosi e incomprensibili se non ci lasciamo guidare dalle divine Scritture.
Cristo è risorto, è il grido che risuona nella liturgia pasquale. È il grido che faceva dire a S. Agostino: “Sono giunti fino a noi i giorni in cui dobbiamo cantare Alleluia, Alleluia. Suvvia, fratelli, canti la voce, canti la vita, cantino le azioni”. È il grido che fa dire a noi: Cristo è risorto, è veramente risorto e vivo.
Il Cristo Crocifisso e Risorto rivela la solidarietà di Dio con chi soffre, con chi piange, con chi è nella prova, ma nello stesso tempo innesta nella storia la speranza certa della salvezza, della vita eterna, la vita definitiva, che è la realtà stessa di Dio, la pienezza della vita che tutti desideriamo e alla quale siamo protesi.
Benedetto XVI vedeva nella risurrezione di Gesù “la più grande ‘mutazione mai accaduta’, il ‘salto’ decisivo verso una dimensione di vita profondamente nuova, l’ingresso in un ordine decisamente diverso, che riguarda anzitutto Gesù di Nazaret, ma con Lui anche noi, tutta la famiglia umana, la storia e l’intero universo”. La nostra vita non finirà nel nulla. Non ci è consentito come cristiani anche solo pensare quanto dicevano i latini: “In nihil ab nihilo quam cito recidimus”, “dal nulla al nulla quanto presto ricadiamo”. La Risurrezione di Cristo apre gli orizzonti nuovi di una vita oltre la vita: è questa la speranza che rende meno angoscioso il peso del passato, più vivibile il nostro presente, meno ansiosa e brancolante l’attesa del domani. Il grande muro nero della morte è crollato. “La porta del futuro è stata spalancata”, ci assicura il Papa.
Credere nella Risurrezione di Cristo significa credere che abbiamo un destino eterno, che parteciperemo anche noi alla gloria di Cristo Risorto. È credere che la nostra vita è un andare verso un traguardo che appaga pienamente il nostro desiderio di felicità, che rimarrebbe altrimenti incompiuto se al di là di questa vita ci fosse solo il nulla. Il destino ultimo dell’uomo non è la morte, ma la vita, e la vita piena e senza fine nella beatitudine eterna.
Da quando Cristo è morto ed è risorto per noi niente è più come prima, tutto è cambiato nella vita degli uomini: è cambiato il senso stesso della vita, il nostro modo di essere e di agire. Una nuova storia è già cominciata, anche se ancora – diceva il Pascoli – “Nella prona terra troppo è il mistero”, cioè, l’umanità continua ad essere avvolta da tanta oscurità e piegata (“prona”) sotto tanta sofferenza. Sì, vediamo che il mondo continua ad essere oscurato dal peccato, dal male e dalla morte e turbato da tante assurde tragedie di cui sono vittime quasi sempre le persone più povere e innocenti, ma nulla ci fa più paura perché sappiamo che Dio ormai si è inserito in un movimento di rinnovamento del mondo, ed è impegnato accanto a noi nel cammino della risurrezione totale dell’umanità. La vittoria di Cristo, certo, non è ancora definitivamente compiuta, ma è già in atto e l’ultima parola sarà della Vita sulla morte, della Verità sulla menzogna, dell’Amore sull’egoismo. E già ora è possibile vivere una vita serena e appagante. Dunque sperare si deve, e si deve perché si può: Cristo è il Signore della storia; la sua risurrezione non ci salva sempre dal dolore, ma nel dolore ci mette immancabilmente al riparo dalla disperazione. Dobbiamo solo avere la pazienza di attendere. Questo pensiero è stato ed è di incoraggiamento ai credenti, è motivo di fiducia e di speranza per tutti.
Nella lotta tra il bene e il male che si svolge nel mondo, tra le tenebre del peccato e la luce della vita, è il bene, è la vita ormai a prevalere. La Risurrezione, inoltre, ci impedisce di pensare ad una salvezza solo interiore, impalpabile, in contrasto con le esigenze materiali dell’uomo. Se il nostro corpo è destinato alla risurrezione, anche le attese materiali sono attese di risurrezione. Non possiamo accettare passivamente la povertà, la fame, la sofferenza, la prostituzione del corpo e la riduzione dell’uomo a “tessuti, organi e funzioni”, senz’anima e senza dignità, né tanto meno possiamo accettare l’emarginazione dell’uomo a motivo del suo corpo ammalato, handicappato o invecchiato o eliminare il malato terminale perché dà fastidio alla società, e qualche volta anche ai familiari, diciamoci una buona volta la verità. Questo corpo sarà rivestito un giorno della luce e dello splendore della risurrezione di Cristo.
In nome della risurrezione siamo chiamati a liberare il mondo dalle incrostazioni del peccato, che sono le ingiustizie, le disuguaglianze, lo sfruttamento, l’esaltazione dell’egoismo, la violenza, da tutto ciò che offende la vita e la dignità dell’essere umano.
Questa è la speranza pasquale. Di questa speranza ha bisogno il mondo d’oggi: i poveri, i deboli, gli abbandonati, i disperati, i malati. Questa speranza noi cristiani abbiamo il dovere di portare ad altri, come hanno fatto le prime annunziatrici della Pasqua, “Maria di Magdala e l’altra Maria” che, “andate all’alba a visitare la tomba” sentendo dall’angelo la notizia che Gesù non era più lì ma “era risorto, come aveva detto”, corrono a dare l’annunzio ai suoi discepoli. Come si può credere in Gesù Cristo Risorto – ci ricorda l’apostolo Paolo – senza uno che lo annunzi. Non sono mancati nella storia i testimoni che da duemila anni hanno tenuto vivo l’annuncio della Pasqua del Signore, spesso a costo della loro stessa vita.
Tocca oggi a noi cristiani annunciare e testimoniare Gesù Cristo Risorto nel mondo d’oggi. Ma saremo testimoni credibili e convincenti se risorgeremo da una vita ripiegata e depressa, da una fede sbiadita, da una speranza spenta; se permetteremo a Cristo di risorgere in noi, di operare il bene attraverso il nostro cuore e le nostre mani, di continuare a lottare contro il male, l’egoismo, la cattiveria che c’è dentro e fuori di noi.
“Cristo risusciti nei nostri cuori!”: è la bella notizia che vogliamo comunicare a tutti, con la grazia, la passione e la pace di Cristo vivente, ieri, oggi, sempre.

(Ermanno Raimondo, Spezzando la sua Parola, Calabria Edizioni, 2018)