Spezzando la sua Parola

DALLE SUE PIAGHE SIAMO STATI GUARITI

Riflessione sulla liturgia della Parola

di monsignor Ermanno Raimondo

II Domenica di Pasqua – Festa della Divina Misericordia  4/28/2019 – Anno (C)
(Letture: Atti degli Apostoli 5, 12-16; Salmo 117; Apocalisse 1, 9-11a.12-13.17-19; Giovanni 20, 19-31)

La seconda domenica di Pasqua, dal Giubileo del Duemila, è chiamata anche la Domenica della Divina Misericordia. Gesù stesso alla mistica polacca Suor Faustina Kovalska, canonizzata da Giovanni Paolo II il 30 aprile del Duemila, chiese l’istituzione della festa della Divina Misericordia con la solenne benedizione della sua immagine nella seconda domenica di Pasqua. Nel suo Diario la santa racconta che in una visione “vide il Signore Gesù vestito di una veste bianca: una mano alzata per benedire e l’altra sul petto, da cui uscivano due grandi raggi, uno rosso e l’altro pallido (…). Dopo un istante, Gesù le disse di dipingere un’immagine secondo il modello che vedeva, con sotto la scritta: Gesù confido in Te” (Q. I, p. 26). Tre anni dopo Gesù le spiegò anche il significato dei raggi: essi “rappresentano il Sangue e l’Acqua” (Q. I, p. 132). Inoltre, le ricordò di mettere bene in evidenza le parole “Gesù, confido in te” e le spiegò anche la ragione per cui ha chiesto l’istituzione della festa: “Le anime periscono, nonostante la mia dolorosa Passione … Se non adoreranno la Mia misericordia, periranno per sempre”.
Liturgicamente c’è un legame molto stretto tra il mistero Pasquale e la festa della Divina Misericordia, sottolineato ulteriormente dalla novena che precede la festa e che inizia il Venerdì Santo. La Passione del Signore è la manifestazione della misericordia di Dio verso l’umanità peccatrice. “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito” (Gv. 3,15). Dalle piaghe di Gesù siamo stati guariti.
La festa liturgica è una occasione favorevole per vivere intensamente il senso profondo della misericordia, che guarisce le nostre infermità e ci rende consapevoli che la fede in Gesù Cristo, unico nostro Salvatore, è il motivo della nostra beatitudine già qui in terra.
L’amore misericordioso di Gesù è messo molto bene in evidenza dall’apparizione del Risorto agli apostoli e dal commovente episodio di Gesù che invita l’incredulo Tommaso a mettere la mano nel suo fianco aperto dalla lancia del soldato. Gesù era apparso una prima volta agli apostoli, senza la presenza di Tommaso, nel cenacolo dove si erano rinchiusi dopo la crocifissione di Cristo per paura dei giudei. Venne Gesù, “stette in mezzo a loro” e apportò il bene messianico della pace. Mostrò i segni della sua passione e spiegò ai discepoli che la sua presenza in mezzo a loro non era staccata dalla dura esperienza fatta nei giorni della sua passione e morte, e che anzi era il frutto di quegli eventi. Mangiò con loro e diede loro il potere di rimettere i peccati. Quando gli apostoli raccontarono a Tommaso d’aver visto il Signore, l’apostolo non si accontentò della loro testimonianza, voleva “segni chiari” per credere: “mettere il dito nel segno dei chiodi e la mano nel fianco”. Gesù capì la fatica e anche il desiderio di credere di Tommaso e in una seconda apparizione – come abbiamo ascoltato oggi – gli andò incontro e gli disse: “Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani … e non essere incredulo”. Tommaso cade in ginocchio davanti a Gesù ed esce in una bellissima e autentica espressione di fede, “Mio Signore e mio Dio”, riconoscendo in Gesù il vincitore della morte e il Signore della nostra storia.
Assomigliamo un po’ tutti a Tommaso. Non abbiamo troppa fede. Facciamo fatica a passare subito dalla sofferenza e dalla delusione, provocate in noi dalla morte di Cristo, alla gioia di crederlo vivo. Ci lasciamo suggestionare troppo da tante correnti di pensiero che ci inducono a pensare senza impegno, a vivere senza dovere, a godere di ogni sensazione senza alcuna prospettiva di vita futura. Non fondiamo – come dovremmo – la nostra vita individuale e sociale sulla roccia della Parola di Cristo che è Parola di vita eterna. Abbiamo poca fiducia nelle sue parole, quella fiducia che è mancata a Tommaso.
Senza fiducia in Cristo vivo e Risorto non riusciremo mai a superare le nostre paure e vincere le nostre tristezze. È lui che ci dà la forza di non arrenderci di fronte alle porte chiuse dal male e dalla disperazione del presente. È Lui che ci dice di tendere la nostra mano per afferrare la sua e superare le minacce che insidiano la nostra fede e a uscire dallo stagno di una fede tiepida che si limita a cercare solo segni esteriori immediati e a soddisfare i soli desideri umani del cuore. Beato allora chi dirà, come Tommaso: Mio Signore e mio Dio.

(Ermanno Raimondo, Spezzando la sua Parola, Calabria Edizioni, 2018)