Spezzando la sua Parola

SULLE ORME DEL BUON PASTORE

Riflessione sulla liturgia della Parola

di monsignor Ermanno Raimondo

IV Domenica di Pasqua  5/12/2019 – Anno (C)
(Letture: Atti degli Apostoli 13, 14. 43-52; Salmo 99; Apocalisse 7, 9. 14b-17; Giovanni 10, 27-30)

Nel breve brano evangelico di oggi Gesù attribuisce a sé una delle più belle immagini bibliche che Israele come popolo di pastori attribuiva a Dio, l’immagine del Pastore, per rivelarci l’amore che Dio ha per il suo popolo, un amore che non è né filìa, né eros come lo chiamavano i greci, ma agápe, cioè, l’amore che lo portò a dare la vita per la salvezza del suo popolo, “gregge che egli guida” (Salmo 94). Una immagine che esprime il suo rapporto con noi e rafforza la nostra identità di credenti.
E proprio perché dedicata a Gesù Buon Pastore, in questa domenica da ormai cinquant’anni la Chiesa celebra anche la Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni, perché, dovunque, nelle “famiglie, nelle parrocchie, nelle comunità religiose, nelle corsie degli ospedali, si preghi perché crescano e siano conformi al Cuore di Cristo le vocazioni allo stato sacerdotale e religioso.
La figura del pastore nell’Antico Testamento, e in modo particolare nella tradizione profetica si identificava non solo con i responsabili d’Israele (per la verità non sempre così solleciti verso le necessità del popolo), ma anche e soprattutto con la figura paterna ed amorevole di Dio Padre. Per questo Gesù l’attribuisce anche a sé.
È difficile per noi di oggi capire il significato biblico di questa immagine perché la figura del pastore è purtroppo scomparsa dal nostro orizzonte. Il pastore ai tempi di Gesù stava quasi tutta la giornata con il suo gregge, alla sera accompagnava le pecore all’ovile, e non le abbandonava neppure la notte per difenderle dai lupi e dai ladri. La mattina dopo le chiamava di nuovo ed esse lo seguivano perché conoscevano il timbro di voce o il segnale del suo richiamo. Tra pastore e gregge c’era una perfetta sintonia. Il pastore “chiama”, “conosce le sue pecore” “dà la vita per loro”, “le custodisce”.
La stessa comunione corre tra Gesù e noi. è attento a ciascuno di noi, ci conosce in profondità, conosce i nostri progetti, le nostre ansie, le nostre speranze, “dà a noi la vita eterna”, una vita autentica, piena, senza fine. Ci guida con amore lungo le tappe della nostra vita, fatta tante volte di tratti duri e impervi. Come dobbiamo corrispondere alla sua voce? Giovanni ce lo indica con alcuni verbi e gesti che, se non risolvono certamente tutte le nostre difficoltà a livello individuale e comunitario, esprimono, però, il modo in cui dobbiamo corrispondere ai gesti teneri e attenti di Gesù Buon Pastore verso di noi: “ascoltare e riconoscere” la sua voce, “seguirlo” sul giusto cammino, uscendo dal labirinto di una vita senza senso e abbandonando atteggiamenti servili per incamminarci su vie nuove, che lui stesso ci indica.
Gesù dice di essere il buon pastore, e lo è perché ha dato la vita per le sue pecore. È l’Agnello immolato che toglie i peccati del mondo. Gesù con la sua risurrezione è diventato il pastore delle nostre anime, e come tale guida le nostre comunità attraverso nuovi pastori che chiama e dona al gregge.
La vocazione avviene attraverso una parola: “seguimi”, un verbo bello e difficile insieme perché comporta l’abbandono dei propri progetti e l’accettazione di un progetto divino. La parola vocazione significa chiamata. Chiamata a che cosa? Un poeta del ‘900, Clemente Rebora, convertitosi al cristianesimo e diventato prete, con la stoffa del convertito diceva che la vita di ciascuno di noi ha tre vocazioni: la prima quando Dio ci chiama alla vita e nel battesimo ci fa partecipare alla vita della sua famiglia; la seconda è quella che Dio ha progettato per noi come cammino verso la santità; e la terza è quando ci chiama a tornare a casa, nella morte. La prima e la terza sono nelle sue mani, ma la seconda è nelle nostre mani perché sta ad ognuno individuare e seguire la propria vocazione.
Oggi per quanto riguarda la chiamata alla vita sacerdotale e religiosa non c’è la prontezza e la disponibilità di un tempo. Le vocazioni scarseggiano. E questo, io credo, perché tanti giovani oggi non vanno più alla ricerca del significato profondo della vita, né si fanno tante domande sul perché viviamo, da dove veniamo e dove andiamo. E poi manca anche una educazione alla vita come dono di Dio nelle famiglie; la vita è vista solo come via al successo, al potere, al piacere, e non anche come “qualcosa da dare agli altri”. In Occidente le vocazioni mancano perché c’è troppo benessere, e quando c’è il primato del benessere c’è il primato degli omicidi, dei suicidi, della droga, degli aborti, dei divorzi, c’è il primato dell’egoismo di cui siamo i primi in graduatoria. E siamo infelici. La vocazione comporta rinunce, abnegazione, enormi sacrifici, privazioni, controllo di sé, motivazioni serie e profonde, cose che però rendono felici.
Dominique Lapierre è l’autore di un libro intitolato la Città della gioia. E qual è questa città della gioia? È la città della solidarietà, dell’altruismo, degli slums di Calcutta. Racconta storie di anime eroiche che vivono accanto ai più poveri. Una suora missionaria scrivendo alla mamma da Calcutta racconta del suo lavoro giornaliero in un lebbrosario, e poi dice alla mamma quanto diversa è la casa e la vita dalla casa e dalla vita che si vive in Italia. Poi la ringrazia di averle dato la vita, perché oggi può donarla a qualcuno. In queste parole c’è tutto il significato della vita consacrata.
È nostro dovere oggi pregare per le vocazioni, ma le vocazioni nascono soprattutto sulla via della carità.

(Ermanno Raimondo, Spezzando la sua Parola, Calabria Edizioni, 2018)