Spezzando la sua Parola

L’ATTO DI NASCITA DELLA CHIESA

Riflessione sulla liturgia della Parola

di monsignor Ermanno Raimondo

Domenica di Pentecoste  6/9/2019 – Anno (C)
(Letture: Atti degli Apostoli 2, 1-11; Salmo 103; Romani 8, 8-17; Giovanni 14, 15-16. 23-26)

Con la solennità della Pentecoste- cinquantesimo giorno dopo la Risurrezione – la Chiesa celebra liturgicamente la discesa dello Spirito Santo su Maria e gli Apostoli riuniti nel cenacolo. L’evangelista Giovanni chiama lo Spirito con gli appellativi di Paraclito e Spirito di verità. La parola Paraclito indica originariamente chi è “chiamato vicino”, “l’avvocato”, ma talvolta anche “l’assistente”, o “il soccorritore”. Il Paraclito è lo Spirito di verità che guida, cioè, i credenti alla pienezza della Verità che è la realtà stessa di Dio diventata in Gesù Verbo incarnato vita e luce degli uomini. Gesù descrive così l’azione dello Spirito Santo: «Egli vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che vi ho detto». A Commento di queste parole Dietrich Bonhoeffer così si esprime: «Ogni ammaestramento dello Spirito rimane legato alla Parola di Gesù. Il nuovo si fonda così sull’antico. All’ammaestramento subentra così il ricordo. Se vi fosse solo il ricordo nella Chiesa, allora essa sarebbe vittima di un morto passato; se vi fosse soltanto l’insegnamento senza il ricordo sarebbe consegnata all’entusiasmo. Così lo Spirito Santo, come il vero consolatore della comunità, fa entrambe le cose, guida quest’ultima in avanti e la tiene ferma in Cristo».
Con la Pentecoste Dio ha «portato a compimento il mistero pasquale – proclameremo tra poco nel prefazio – e su coloro che ha reso figli di adozione in Cristo suo Figlio ha effuso lo Spirito Santo riunendo i linguaggi della famiglia umana nella professione dell’unica fede».
Così nasce la Chiesa che il Manzoni nel migliore dei suoi Inni Sacri, “La Pentecoste”, appunto, definisce: “Madre dei santi; immagine della città superna; del sangue incorruttibile conservatrice eterna”, perché “su di essa lo Spirito rinnovator discese e l’inconsunta fiaccola nella sua destra accese”. La Pentecoste manzoniana è centrata su orizzonti amplissimi, sul significato non solo remoto, ma attuale della discesa dello Spirito Santo per la Chiesa e per tutti gli uomini. Su uno sfondo di solenne meditazione vengono proiettate tutte le passioni, le angosce e le speranze degli uomini, pur facendo parte di un unico popolo.
Stando al primo testo liturgico nel libro degli Atti degli apostoli l’arrivo dello Spirito Santo è descritto come “un fragore dal cielo, quasi un vento che si abbatte impetuoso”. E ancora come “l’anti-Babele”. Leggiamo nel libro della Genesi (11,1-9) che i primi uomini della terra spinti dall’orgoglio e quasi sfidando Dio avevano deciso di costruirsi una loro città e una torre alta da toccare il cielo. Ma Dio vanificò il loro progetto disperdendoli e confondendo la lingua da non capirsi più tra loro.
A Pentecoste, a Gerusalemme, gli uomini, pur appartenendo a razze e popoli diversi, cominciarono di nuovo a capirsi perché furono resi capaci dallo Spirito Santo di parlare lo stesso linguaggio, quello dell’amore, facendo di uomini e popoli diversi un unico popolo, il popolo cementato dall’amore che il Paraclito è venuto ad effondere nei nostri cuori.
Il giorno della sua risurrezione – come abbiamo ricordato nella seconda domenica di Pasqua – Gesù entrò nel Cenacolo a porte chiuse e alitò sugli apostoli, un alitare che in ebraico e nella lingua greca significa “alito di vita”, soffio di vita, principio di una nuova esistenza interiore, il dono dello Spirito Santo. Colmati di Spirito Santo quegli uomini si sentirono trasformati, aprirono le porte del Cenacolo e cominciarono a parlare apertamente nelle piazze di Gesù Risorto, del peccato, del bisogno della conversione per tutti, del rischio che corre l’uomo quando rifiuta la salvezza.
Il Vangelo di Giovanni assegna allo Spirito Santo tre compiti fondamentali: conservare fedelmente la memoria di Gesù (ricordare quel che Gesù ha detto e fatto); guidare i discepoli a capire e interiorizzare il messaggio cristiano; dare loro il coraggio della testimonianza.
Di questa presenza dobbiamo essere più consapevoli noi cristiani di oggi: Lo Spirito è in mezzo a noi, “dimora in noi” – ci ha assicurati Gesù – ci anima e ci fortifica per renderci suoi testimoni nel mondo d‘oggi, dove anche la vita sembra aver perso il suo valore e dove ognuno si affatica ad imporre agli altri la propria visione del mondo e della storia misconoscendo gli insegnamenti di Cristo e della Chiesa unici ancoraggi per la vita dell’uomo.
Come i primi apostoli, anche noi dobbiamo trovare il coraggio di parlare e di testimoniare con forza il vangelo di Cristo, facendo vedere con i nostri gesti di amore e di carità quello che non si vede. Cristo risorto non si vede, ma si vede un giovane che per Lui lascia tutto e lo segue nella povertà e in una vita di dedizione ai poveri. Cristo risorto non si vede, ma si vede una famiglia che prega, che lavora, che soccorre il prossimo, che ama la vita. Si vede e fa pensare. Cristo Risorto non si vede, ma gli apostoli di ieri e di oggi che corrono per il mondo e sono perseguitati a causa del Vangelo e sono “lieti di soffrire per il nome di Gesù, questo si vede e fa pensare. E così si può dire di tutti i santi, di tanti veri cristiani e apostoli. Ecco la testimonianza: avere la forza di far vedere ciò che è invisibile. Di Mosè si dice nella Bibbia che “sembrava vedesse l’invisibile”. È il più bell’elogio che si possa fare di un credente. Che lo Spirito della Pentecoste ci scuota, ci liberi dalle paure, che trasformi la nostra vita in testimonianza della vita di Cristo!
Allo Spirito chiediamo, non tanto di rendere più malleabile il mondo, quanto di rendere noi stessi pienamente certi della forza che risiede nell’amore. Con le nostre decisioni e scelte quotidiane possiamo testimoniare che proprio nell’obbedienza per amore a Gesù e al suo Vangelo stanno la possibilità e la gioia di una vita buona.

(Ermanno Raimondo, Spezzando la sua Parola, Calabria Edizioni, 2018)