Spezzando la sua Parola

CHI È IL MIO PROSSIMO?

Riflessione sulla liturgia della Parola

di monsignor Ermanno Raimondo

XV Domenica del Tempo Ordinario  7/14/2019 – Anno (C)
(Letture: Deuteronomio 30, 10-14; Salmo 18; Colossesi 1, 15-20; Luca 10, 25-37)

«Maestro, che devo fare per avere la vita eterna?» chiede a Gesù un esperto della Legge. La domanda potremmo, oggi, formularla così: “Che devo fare per essere felice, per dare senso alla vita ed essere me stesso, per essere una persona viva, vera, autentica, utile a sé e agli altri, e soprattutto con una prospettiva di felicità piena, eterna?”. Un interrogativo importante e decisivo per la nostra vita. «A che serve tanta scienza – scrive lo scrittore francese Georges Bernanos nel Curato di Campagna – se non sai più perché vivi? La povertà più grande è quella di chi non sa perché vive».
La domanda del dottore della legge rivela l’esigenza di sapere dove andrà a finire la propria vita, ma la domanda egli la pone a Gesù non con l’intento di vivere secondo i suoi insegnamenti, ma solo per tendergli un tranello. «Che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?». Gesù, rispondendo, lo rimanda all’osservanza della Legge. Che cosa sta scritto nella Legge? «Amerai il Signore Dio … e il prossimo come te stesso: fa’ questo e vivrai». Attuare questo comandamento è l’essenza della vita cristiana. Vuoi sapere se ami Dio? Guarda quanto ami il prossimo. Vuoi sapere se credi in Dio? Guarda come tratti il tuo prossimo. Vuoi sapere se la tua preghiera è vera? Verifica, controlla se la preghiera ti spinge ad amare di più il tuo prossimo.
Il dottore della Legge lo incalza con un’altra domanda: «E chi è il mio prossimo?». Lo sapeva bene chi era il suo prossimo. Nell’ambiente giudaico del tempo la categoria di prossimo arrivava in genere a comprendere tutti i connazionali e i proseliti, cioè chi aderiva al giudaismo. La sua domanda allora è solo una provocazione. Ma Gesù si lascia provocare volentieri per insegnare una nuova categoria di prossimo, non più chiusa nella cerchia familiare o nella nazione giudaica, ma estesa ad ogni uomo. Ogni uomo è prossimo. E racconta la Parabola del buon samaritano, che è stata ed è l’icona della carità della Chiesa dagli inizi fino ad oggi. È la parabola di un uomo della Samaria – allora considerato un eretico in quanto non appartenente al popolo giudaico – il quale scendendo da Gerusalemme a Gerico, presta soccorso a un giudeo, lasciato mezzo morto ai margini di una strada. Cosa che non hanno fatto quelli che per quella strada erano passati prima, il levita e il sacerdote, della stessa fede religiosa del malcapitato.
Il dottore della Legge si aspettava una risposta oggettiva che descrivesse il prossimo in termini di parentela o di distanza o di appartenenza etnica, e invece Gesù risponde su un altro registro, dove la prossimità non si misura in metri o in appartenenza culturale e religiosa, ma è un atteggiamento del cuore che sa commuoversi di fronte ai bisogni del prossimo: prossimo è il bisognoso nel quale ti imbatti, non importa chi sia. Il samaritano che soccorre l’uomo ferito, badate, non dice: «È un mio nemico». Non dice: «Io non c’entro». Non dice: «Gli sta bene, è colpa sua se si è trovato in quell’ora in quel luogo». Non dice: “Nessuno mi vede: faccio finta di niente», come purtroppo in analoghe circostante molti fanno. No. si ferma accanto al ferito, ha compassione, interviene: vive l’altruismo più puro, senza frontiere. L’evangelista Luca richiama l’attenzione sui verbi utilizzati da Gesù, perché spiegano in concreto cosa comporta questa attitudine della compassione verso chi soffre. Una serie di fotogrammi che deve imprimere bene nella mente chi vuole avvicinarsi con animo cristiano a chi soffre. Dinanzi a un uomo senza nome né altra identità, ma del quale si dice solo la condizione – derubato, umiliato, percosso – il samaritano mette in atto il suo «farsi prossimo» attraverso dieci azioni, quasi un decalogo: «Lo vide … ebbe compassione … gli si fece vicino … gli fasciò le ferite … versandovi olio e vino … lo caricò … lo portò in albergo … si prese cura … tirò fuori due denari e li diede all’albergatore». Questo è vero amore a Dio e al prossimo.
La lezione è chiara e anche polemica: il bene si può trovare anche là dove meno ci si aspetti. Non è limitato da frontiere di appartenenza. Inoltre, la parabola insegna che l’amore del prossimo dev’essere non solo universale, ma fatto di gesti concreti, come quelli del buon samaritano.
Ma la vera novità di questa parabola – fa notare con acutezza Benedetto XVI nel suo libro “Gesù di Nazaret” – è nella conclusione. Gesù sposta ulteriormente l’interesse dal prossimo come oggetto da amare al prossimo come soggetto che ama.
Terminata la parabola Gesù domanda al dottore della legge: «Chi dei tre passanti (il levita, il sacerdote, il samaritano) è stato il prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?». «Chi ha avuto compassione», quindi il samaritano. Prossimo è il Samaritano, non il ferito, come ci saremmo aspettati. Questo significa che non bisogna attendere passivamente che il prossimo spunti sulla propria strada. Tocca a noi essere pronti ad accorgerci che c’è, a scoprirlo. Il problema del dottore della Legge appare rovesciato: da problema astratto, si fa problema concreto e operativo.
La domanda allora da porsi – scrive Benedetto XVI – non è: «Chi è il mio prossimo?», ma: «A chi posso farmi prossimo, ora e qui?».
Se fosse uno di noi a porre a Gesù la domanda su “Chi è il mio prossimo?’, cosa risponderebbe Gesù? Ci ricorderebbe certamente che il nostro prossimo non è solo il connazionale, ma anche l’extracomunitario, non solo il cristiano, ma anche il musulmano, non solo il cattolico, ma anche il protestante, non solo il credente, ma anche l’ateo. Ma aggiungerebbe subito che non è questa la cosa più importante. La cosa più importante non è sapere chi è il mio prossimo, ma vedere a chi posso io farmi prossimo, ora e qui; per chi posso essere io il buon samaritano.
E’ la preghiera che ci aiuta a scoprire i bisogni dei fratelli e a intervenire con carità.

(Ermanno Raimondo, Spezzando la sua Parola, Calabria Edizioni, 2018)