Spezzando la sua Parola

UN RIASSUNTO DI TUTTO IL VANGELO

Riflessione sulla liturgia della Parola

di monsignor Ermanno Raimondo

XVII Domenica del Tempo Ordinario  7/28/2019 – Anno (C)
(Letture: Genesi 18,20-32; Salmo 137; Colossesi 2, 12-14; Luca 11, 1-13)

La liturgia oggi ci offre una catechesi ricca e profonda sulla preghiera, ci insegna che cosa è la preghiera e, soprattutto, come pregare. Nella prima lettura e nel Vangelo ci presenta due esperienze di preghiere e due grandi modelli di oranti: Abramo e Gesù.
La preghiera di Abramo è una preghiera d’intercessione insistente, quasi una lotta con Dio, “a favore” di due città malfamate, Sodoma e Gomorra, le città della immoralità e della perversione. In queste città Dio “vuole scendere a vedere se proprio hanno fatto tutto il male di cui è giunto il grido fino a lui”. Abramo chiede a Dio di salvarle per amore di quei giusti che vi si trovano, anche se pochi, presentandogli l’altra faccia di queste città, quella di chi non si è lasciato trascinare dal male, appunto i giusti. In un dialogo concitato gli domanda se di fronte alla presenza di 50 giusti sterminerebbe tutta la città “facendo morire i giusti con gli empi”. Dio gli promette che per riguardo ai giusti “perdonerà a tutto quel luogo”. Abramo timoroso che un tale numero di giusti fosse troppo alto, cercò di mercanteggiare passando da 50 a 45, da 40 a 30 e così via, fino al numero di dieci. Dio accettò e promise che anche per la presenza di 10 giusti avrebbe salvato Sodoma e Gomorra. Ma ne trovò uno solo, di nome Lot, e le due città furono distrutte.
Il messaggio teologico è molto profondo: l’episodio vuole dimostrare, in primo luogo, che l’intercessione dei giusti – diciamo dei santi, degli uomini di Dio – può risvegliare la misericordia di Dio; in secondo luogo, che i castighi di Dio non sono una conseguenza di una predestinazione irreversibile, perché Dio vuole la salvezza di tutti. La preghiera dei santi – dice il Libro dell’Apocalisse – è capace di accelerare i tempi della salvezza e di rovesciare la storia. Ed è vero. Che sarebbe stata l’Europa senza San Benedetto? e l’Italia senza San Francesco e Santa Caterina da Siena? e l’Ottocento senza Don Bosco e il Cottolengo? e i nostri tempi senza S. Teresa di Calcutta e S. Giovanni Paolo II? La preghiera attraversa tutta la storia della salvezza, l’uomo che prega va oltre la storia e depone in Dio le sue speranze, che grazie alla preghiera non saranno deluse.
Gesù nel brano di Luca, ci insegna “come” pregare: la preghiera dev’essere umile e perseverante, deve nascere da un bisogno dell’anima e da una profonda sconfinata fiducia nel Padre celeste, che «sa bene di che cosa abbiamo bisogno» ed è pronto ad «venire in aiuto alla nostra debolezza mediante il suo Spirito».
La prima connotazione della preghiera è l’umiltà. Dante commenta il Padre nostro nell’ XI canto del Purgatorio facendolo recitare ai superbi che procedono curvi sotto gravissimi pesi che quasi nascondono la loro persona. Il Purgatorio è il Regno della preghiera: in ogni girone le anime espiano i peccati con la preghiera, con la pena – diciamo così – “fisica” e con la meditazione del peccato punito. La preghiera è parte fondamentale dell’espiazione. Ma la dobbiamo fare noi per loro.
All’umiltà va unita la perseveranza, l’insistenza fiduciosa: «Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto». Chiedete con insistenza – dice Gesù – come farebbe colui che trovandosi improvvisamente in casa un affamato e non avendo nulla da dargli va ad importunare nel sonno il vicino di casa per chiedergli in prestito del pane. Dio è Padre, un padre amoroso e buono, da lui siamo stati pensati e amati sin dal grembo materno: invocandolo con fiducia e perseveranza Egli ci darà quanto ci è necessario, anche se la sua risposta non è sempre immediata, come vorremmo. Tutto questo per la verità sembra clamorosamente smentito da un’obiezione abbastanza frequente: “Ho pregato tanto Dio, ma Dio non mi ha ascoltato!”. Il fatto è che noi, come figli ancora piccoli, spesso e volentieri confondiamo quello che per noi è un male con un bene, e per di più molto desiderato. Ma come il padre, nel suo amore per il figlio, sa che cosa dargli al di là delle sue richieste, e si guarda bene dal fornirgli cose che lo ingannino o lo danneggino (come sarebbe una serpe al posto di un pesce), esattamente allo stesso modo fa con noi il Padre celeste. E quando finalmente noi stessi ci accorgiamo di avere magari chiesto uno scorpione scambiandolo per un uovo, allora possiamo ben ringraziare Dio di non averci dato ascolto!
Gesù non dà una definizione astratta di preghiera, né insegna un metodo infallibile per pregare e “ottenere”, quasi una tecnica per strappare favori a Dio. Invita i discepoli a fare esperienza di preghiera. L’esempio insuperabile di preghiera – ci insegna Gesù – è il Padre nostro, che Tertulliano ha definito «Il compendio di tutto il vangelo». In effetti questo testo è la sintesi dell’insegnamento di Gesù, riporta i suoi pensieri e le sue idee; è un po’ il suo “testamento spirituale”, estremamente sobrio (la redazione di Luca è anche più breve di quella di Matteo e probabilmente più vicina alla forma originaria pronunciata da Gesù).
La preghiera del Padre nostro non è pertanto una preghiera tra le tante preghiere cristiane, ma la più importante preghiera del cristiano, la preghiera del Figlio di Dio. Con essa Gesù ci fa chiedere al Padre le stesse realtà divine che erano nel suo cuore:
– volere che il suo nome, che nella cultura semitica è sinonimo di colui che lo porta, sia santificato, anzi che Egli stesso lo santifichi, rivelando la sua Persona, e facendosi conoscere agli uomini come il Santo, l’unico Signore trascendente;
– cooperare con tutte le nostre forze perché venga il suo Regno di giustizia, di amore, di riconciliazione e di pace; guardare gli uomini con lo stesso sguardo di Dio, cogliendo in ogni fratello – giusto o peccatore, vicino o straniero che sia – la sua verità che è quella di essere di Dio, immensamente amato dal Padre. Venga Il tuo Regno vuol allora aiutare a capire che ogni essere umano è amato da Dio e ai suoi occhi conta come tutti gli altri, qualsiasi cosa abbia fatto e in qualsiasi posizione si trovi.
– chiedere da figli “il nostro pane quotidiano”, impegnandoci a condividerlo con i fratelli;
– perdonare i torti subiti, per essere perdonati dal Padre;
– e infine ci fa chiedere che Dio non ci faccia soccombere alla tentazione, ma ci sostenga come ha fatto con il Figlio nel Getsemani e sulla Croce.
Abbiamo parlato della preghiera e della preghiera del Padre nostro. Il papa Paolo VI parlando della preghiera va un po’ più a monte e si chiede: «Si prega, oggi? Si avverte quale significato abbia l’orazione nella nostra vita? Se ne sente il dovere? Il bisogno? La consolazione?» E risponde: «Purtroppo dobbiamo ammettere che il mondo di oggi non prega volentieri, non prega facilmente, non cerca ordinatamente la preghiera e, quindi, non la gusta, anzi spesso non la vuole …». Si potrebbe aggiungere che per molti la preghiera è perdita di tempo. Per chi non ha il senso delle cose di Dio e non ne conosce il significato è così; ma chi ha una visione cristiana sa che senza il ricorso a Dio non possiamo far nulla: «Senza di me non potete far nulla» – dice Gesù. Di questo i santi ci sono testimoni. Cito solo Padre Pio che pregava giorno e notte. Diceva: “Nei libri cerchiamo Dio, nella preghiera lo troviamo. La preghiera è la chiave che apre il cuore di Dio”.

(Ermanno Raimondo, Spezzando la sua Parola, Calabria Edizioni, 2018)