Spezzando la sua Parola

IL CORRETTO USO DELLA RICCHEZZA

Riflessione sulla liturgia della Parola

di monsignor Ermanno Raimondo

XVIII Domenica del Tempo Ordinario  8/4/2019 – Anno (C)
(Letture: Qoelet 1, 2; 2, 21-23; Salmo 89; Colossesi 3,1-5. 9-11; Luca 12,13-21)

La riflessione liturgica ci propone il giusto rapporto che dobbiamo avere con i beni terreni. è una riflessione oggi quanto mai opportuna, essendo caduti in un materialismo davvero pauroso, da cui forse non si salvano neppure le istituzioni religiose. Lo scrittore cattolico Charles Peguy, già alla fine dell’Ottocento, affermava acutamente che “per la prima volta nella storia del mondo il denaro è padrone senza limiti e senza misura; per la prima volta nella storia del mondo il denaro è solo in faccia allo spirito …; per la prima volta nella storia del mondo il denaro è solo davanti a Dio … Da qui è venuta l’immensa prostituzione del mondo moderno”.
Questo non significa che il denaro sia un male in sé – ne abbiamo bisogno tutti, e senza denaro non possiamo far nulla – neppure Gesù lo demonizza, ma mette in guardia: diventa un “male” quando coarta lo spirito e diventa l’unico scopo della vita dell’uomo, è un male quando diventa cupidigia, idolatria, quel morbo insaziabile che ci aggredisce dentro. Attenti – dice Gesù – perché anche se uno è nell’abbondanza la sua vita non dipende dai beni, attenti, non attaccate il cuore, non mettete sull’altare i beni terreni, le ricchezze quasi fossero una divinità, non identificatevi con quello che possedete. La felicità non dipende dai beni, non può essere accumulata quaggiù né si compra con il denaro, ma è dono di Dio a chi gli risponde con la fede. I beni si lasciano, sono transitori. Il salmista, con una sapienza che gli viene dall’alto, canta: “Se anche l’uomo si arricchisce e accresce il lusso della sua casa, quando muore con sé non porta nulla”. Nel narrare la parabola dell’uomo tanto ricco da non sapere dove riporre i suoi beni, da molti chiamato “fortunato” e invidiato per il suo benessere, Gesù avverte che nessuno sa “cosa sarà il domani” e sempre dovremmo dire: “Se il Signore vorrà, vivremo e faremo questo o quello”.
Gesù dà questi insegnamenti in seguito alla richiesta di un tale che gli aveva chiesto di fare da mediatore nella disputa con suo fratello circa la divisione di un’eredità. Una situazione realistica e persino frequente: quante famiglie divise per questo! Quante relazioni finite tra persone per interesse! E non solo a causa di beni materiali, ma anche per accaparrarsi la stima altrui, per dimostrare di essere più autorevoli e superiori agli altri, per occupare un posto più alto ad ogni costo! Gesù sposta la questione dal piano della legalità al piano del giusto rapporto da tenere con le cose terrene, insegnandoci che certi conflitti si superano impostando diversamente la nostra vita, non facendola mai dipendere da ciò che si possiede, cercando il vero arricchimento presso Dio, che nessuno potrà mai sottrarci. La morte, in fondo, è la chiave di lettura della vita, come spiega la parabola e il brano di Qoelet.
L’autore del libro di Qoelet, un’operetta sapienziale della Bibbia di 11 capitoli, di cui abbiamo letto un piccolo brano, pesa il valore delle cose del mondo e arriva alla conclusione che tutto è vanità. Vanitas vanitatum et omnia vanitas, noi non possediamo niente, infatti tutto passa da una mano all’altra. Come fai a dire: “Questo è mio” o “Questo è tuo”? Oggi lo tieni tu, ma domani se lo gode un altro, non sarà più tuo. Nessuno di noi è padrone di niente, siamo soltanto affittuari. C’è gente che non demorde nemmeno quando uno dei suoi piedi è già nella tomba. Ma allora – ed ecco la conclusione di Qoelet – tutto è vanità! Ma l’autore sacro non si ferma qui. Si chiede: “Possibile che la vita non abbia scopo?” La stessa inquietudine prendeva S. Francesco di Assisi, che disgustato dalle ricchezze, si chiedeva: “Possibile che non ci sia qualcosa di meglio?”, “Dev’esserci qualcosa di meglio”. Tutto è fluido, ma esiste una roccia: Dio. Dio la roccia, l’unico valore assoluto. E sposa madonna povertà.
La più grande ricchezza che l’uomo possa avere nella vita è Dio e il suo amore. Il cuore dell’uomo è affamato di infinito.
I beni materiali si comprano, i beni spirituali vengono donati gratuitamente. Un po’ di fila la facciamo qualche volta solo quando c’è da andare a prendere la comunione, ma l’attesa è ripagata dall’immenso tesoro che riceviamo, Gesù Cristo Benedetto, che S. Francesco di Paola chiamava il più grande e il più prezioso di tutti i beni.

(Ermanno Raimondo, Spezzando la sua Parola, Calabria Edizioni, 2018)