Spezzando la sua Parola

NON SI PUÒ VIVERE SUL TABOR FINCHÉ SI RESTA SULLA TERRA

Riflessione sulla liturgia della Parola

di monsignor Ermanno Raimondo

Trasfigurazione del Signore  8/6/2019 – Anno (PROPRIO DEI SANTI)
(Letture: Daniele 7,9-10.13-14; Salmo 96; 2 Pietro 1,16-19; Matteo 17,1-9)

Per approfondire il significato della Trasfigurazione del Signore è importante richiamare le parole precedentemente dette da Gesù ai discepoli sul suo esodo che stava per compiere a Gerusalemme dove “doveva soffrire molto [… ] e venire ucciso e risuscitare il terzo giorno” per compiere veramente le attese messianiche di Israele e dire in verità chi è Dio e renderlo “buona notizia” per tutti gli uomini.
Il brano evangelico di Matteo ci racconta che Gesù “condusse in disparte, su un alto monte” tre discepoli da Lui scelti, Pietro, Giacomo e Giovanni perché li aveva visti affannati e impauriti dinanzi all’annunzio della sua Passione e morte. “Fu trasfigurato – metemorfóde (perfetto passivo del verbo greco, cfr. Mc 9, 2) – davanti a loro”. A questi tre discepoli, già testimoni della risurrezione della figlia di Giairo e futuri testimoni dell’agonia di Gesù Cristo nel Getsemani, viene mostrato il “mistero” del Figlio di Dio. “Il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la “, splendenti di uno splendore accecante e bianchissime (il colore tipico del mondo celeste, il colore della vittoria, della risurrezione). In quell’istante fu per loro come se la divinità del Verbo Incarnato sfondasse le pareti della sua carne e brillasse in tutta la sua Gloria. Vedono un Gesù diverso da quello che avevano conosciuto in precedenza, avvolto nello splendore della gloria divina e ne restano così estasiati. Il suo volto disteso, il movimento delle sue mani, il suo sguardo illuminato, destano un tale stupore e ammirazione nei tre discepoli da voler rimanere sempre su quel monte. Ed è Pietro, il primo degli apostoli, a chiedere a Gesù di poter restare in quello stato di beatitudine: “È bello per noi essere qui”. L’evangelista Luca annota che Pietro in quel momento non sapeva più quel che diceva. Voleva rimanere lì, al riparo dai problemi e dagli affanni terreni facendo anche a Dio una tenda per onorarlo in uno spazio riservato. Gesù li aveva fatti salire sul “santo monte” non per rimanervi per sempre ma per insegnar loro – come diremo tra poco nel Prefazio – che “solo attraverso la passione possiamo giungere al trionfo della risurrezione”, che quel momento di gioia e di gloria era quasi un approvvigionamento di coraggio e di forza prima di seguirlo sulla difficile via della Croce; quel mostrarsi trasfigurato era solo un’anticipazione della gloria della risurrezione che avrebbe ottenuto attraverso il supplizio della croce, la pena capitale degli uomini non liberi, che Cicerone definiva la “mors turpissima crucis”.
È in forza della sua morte che Gesù otterrà la gloria della risurrezione, come è in forza dell’accettazione delle nostre sofferenze unite a quelle di Cristo che anche noi possiamo partecipare alla sua gloria.
Che cosa chiede a noi l’episodio della Trasfigurazione? Per chi crede gloria e croce sono la stessa cosa, morte e risurrezione sono due aspetti della stessa realtà. Gli antichi ritenevano che la perla fosse frutto di una malattia dell’ostrica, più preziosa quanto più grave fosse il morbo. Sì, la bellezza più pura nasce spesso dal dolo-re più profondo. L’episodio della Trasfigurazione ci insegna che la sofferenza ha un senso, che il dolore è qualcosa di sacro e di sovrumano e che è reso tale dal sacrificio di Cristo sulla Croce. Anzi vi è di più. Attraverso la Croce Cristo non dà soltanto una dignità al dolore, ma lancia una vocazione al dolore, proprio perché il dolore è “salvifico”, strumento di redenzione e di salvezza.
Dall’alto della nube luminosa la voce del Padre invita ad ascoltare il Figlio. Ascoltarlo per mettere in pratica quello che dice: “Ascoltare Cristo, come Maria. Ascoltarlo nella sua Parola, custodita nella Sacra Scrittura. La sua parola guarisce, rafforza l’animo, fa fiorire la vita e la rende bella. Ascoltarlo negli eventi stessi della nostra vita cercando di leggere in essi i messaggi della Provvidenza. Ascoltarlo, infine, nei fratelli, specialmente nei piccoli e nei poveri, in cui Gesù stesso domanda il nostro amore concreto. Ascoltare Cristo e ubbidire alla sua voce: è questa la via maestra, l’unica, che conduce alla pienezza della gioia e dell’amore” (Papa Benedetto XVI).
Mettiamo al centro delle nostre scelte sempre la volontà di Dio.

(Ermanno Raimondo, Spezzando la sua Parola, Calabria Edizioni, 2018)