Spezzando la sua Parola

IL CORRETTO USO DEL TEMPO: VIVERE IN MODO DA NON DOVERSI PREOCCUPARE DELLA MORTE

Riflessione sulla liturgia della Parola

di monsignor Ermanno Raimondo

XIX Domenica del Tempo Ordinario  8/11/2019 – Anno (C)
(Letture: Sapienza 18,6-9; Salmo 32; Ebrei 11,1-2.8-19; Luca 12,32-48)

Nel brano evangelico di domenica scorsa Gesù raccontava la parabola dell’uomo tanto ricco da non sapere dove riporre i proventi per richiamare i discepoli al corretto uso dei beni terreni e a tenersi lontano dalla cupidigia, nel brano di oggi li richiama al corretto uso del tempo, esortandoli alla vigilanza, e quindi a comportarsi da persone “sagge”, “prudenti”, “di buon senso”. Li sprona ad essere sempre all’erta, come se da un momento all’altro dovesse apparire, in attesa del Regno che avrà compimento alla fine dei tempi, ma che è già “in mezzo a noi”, presente nella sua persona.
Dice anche come vivere l’attesa: “pronti con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese”. “Le vesti strette ai fianchi” ricordano l’uso dei lavoratori che si arrotolavano le vesti ai fianchi per non essere impediti nel lavoro, oppure l’uso dei viandanti che sollevano le vesti per camminare spediti. Al ritorno del Signore “i cristiani devono farsi trovare in abito da lavoro o da viaggio”. “Le lampade accese” sono il simbolo di chi attende il “passaggio” di Dio nella propria vita per aprirgli la porta e fare esperienza della sua salvezza, vigilando come i servi della parabola che aspettano il padrone che torna dalle nozze.
L’atteggiamento di fondo del discepolo del Signore che “vuole farsi l’assicurazione sulla vita eterna” e dare uno sbocco sicuro alla sua vita terrena – essere quindi “beato”, “salvo”, eternamente felice – deve essere l’atteggiamento di uno che vive in attesa di Qualcuno e che “usa saggiamente dei beni terreni nella continua ricerca dei beni eterni” (Colletta). Questo atteggiamento caratterizzava la vita dei primi cristiani: mettevano in pratica le parole di Gesù: «Vendete ciò che possedete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro sicuro nei cieli, dove ladro non arriva e tarlo non consuma» (Luca 12,33). È quello che ha fatto S. Francesco d’Assisi. Dice S. Bonaventura che “Nessuno fu avido d’oro, quanto Francesco fu avido della povertà; nessuno fu più bramoso di tesori quanto Francesco fu bramoso della perla evangelica’.
Il discepolo deve camminare con un cuore libero che respira già una vita di beatitudine, disposto non solo ad aiutare i poveri, ma anche a diventare povero, vedendo nella povertà l’unica vera ricchezza e l’unica via di salvezza, senza mai farsi ingannare dalle cose della terra, che per quanto belle e importanti non rendono libera e gioiosa la vita.
Nell’Inno della perla contenuto nel libro apocrifo degli Atti di Tommaso – scritto nel II sec. – si racconta di un giovane principe che il padre inviò dalla Mesopotamia in Egitto per recuperare una perla preziosa caduta nelle mani di un terribile drago che la tiene custodita nella caverna. Giunto sul posto si lasciò sviare dagli abitanti del luogo che con inganno lo fecero cadere in un sonno profondo e senza fine. Il padre allarmato dal prolungarsi dell’attesa inviò come sua messaggera un’aquila con una lettera scritta di suo pugno. Volando sul giovane la lettera si cambiò in un grido: “Svegliati, ricordati chi sei, perché sei venuto in Egitto e da chi devi tornare”. Il principe riprese coscienza, cominciò ad incantare il terribile serpente fino ad addormentarlo invocando il nome di suo padre e di quello di sua madre la regina d’Oriente. Strappò la perla dalle mani del drago e ritornò alla casa paterna. è una splendida metafora/storia della nostra intera esistenza: veniamo da un posto splendido, che ci siamo scordati col passare dei secoli, prigionieri della carne e delle luci abbaglianti, dei profumi e dei sapori di un mondo di sentimenti fittizi. Ma c’è chi si ricorda di noi, e ci tende la mano per riaccompagnarci a casa. Sta a noi stringere di nuovo questo legame, liberarci per sempre.
Anche noi possiamo lasciarci ingannare dalle seduzioni del mondo dimenticando Dio e il nostro destino. Anche a noi può accadere di “prendere lucciole per lanterne” – come dice un proverbio – di addormentarci sul presente e di considerare le cose terrene come definitive. A destarci dal letargo è l’inviato del Padre, il Signore Gesù, che con le parole del Vangelo odierno ci scuote dal sonno e ci ricorda perché siamo al mondo. “Siate pronti”, “siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze”. Non è un invito a pensare ogni momento alla morte, ma ad essere vigilanti, a tenere libero il cuore e a non attaccarci a nessuna di quelle cose che potrebbero distoglierlo dal suo compito: il guadagno, l’interesse, la carriera, le eccessive preoccupazioni personali.
L’attesa dell’eternità non è un anestetico che ci addormenta, anzi, è stimolo ad essere dei buoni amministratori dei beni che Dio ci mette tra le mani e che non devono essere tenuti esclusivamente per sé ma fraternamente condivisi. Come cristiani siamo chiamati a vivere in terra da risorti, siamo chiamati a gustare nella gioia e nella libertà di spirito le cose belle e grandi della vita, a contemplare il creato, a vivere nell’amore e nella fraternità come anticipo e inizio di vita eterna, come ci ha insegnato il poverello di Assisi e il nostro santo S. Francesco di Paola.
“Senza dubbio, l’uomo può organizzare la terra senza Dio – scriveva Paolo VI nella Populorum progressio, ma senza Dio egli non può alla fine che organizzarla contro l’uomo” (n. 42).
Madre Teresa di Calcutta ci insegna a pregare così: “Signore, io non sono che un piccolo strumento. Molto spesso io ho l’impressione di essere un mozzicone di matita tra le Tue mani. Sei Tu che pensi, che scrivi ed agisci. Non ho scelto io dove andare. Tu mi hai mandata non ad insegnare, ma ad imparare: imparare ad essere mite ed umile di cuore. Mandata a servire e non a essere servita. Va’ con cuore umile e generoso. Va’ a donare senza riserve”.
Come sarebbe davvero divino “avere il cuore in Cielo” come i Santi! Se non ci attacchiamo a beni fallaci e alla falsa sicurezza che queste cose danno, il Signore ci visita, si fa riconoscere da noi e ci rende “beati”, cioè felici veramente (Ctr. Lc 12,43).

(Ermanno Raimondo, Spezzando la sua Parola, Calabria Edizioni, 2018)