Spezzando la sua Parola

LA SALVEZZA È SOLO UN DONO DI DIO E VA AMATA CON TUTTE LE FORZE

Riflessione sulla liturgia della Parola

di monsignor Ermanno Raimondo

XXI Domenica del Tempo Ordinario  8/25/2019 – Anno (C)
(Letture: Isaia 66, 18b-21; Salmo 116; Ebrei 12, 5-7.11-13; Luca 13, 22-30)

C’è una parola che ricorre sempre nella nostra predicazione: la parola “salvezza”. L’annuncio cristiano è annuncio di salvezza, Gesù è venuto a “salvarci”. Ma che cos’è la “salvezza”?
La parola “salvezza”, nell’Antico Testamento, traduce diversi termini che indicano liberazione dai mali più diversi, materiali e spirituali. Nel Nuovo Testamento i termini “salvare”, “salvezza” (dal greco sózo) etimologicamente suggeriscono l’idea di strappare qualcuno a forza da un grave pericolo. Possono pure significare salvare da una sentenza di tribunale o da una malattia (guarire).
Nell’insegnamento di Gesù, “salvezza” denota solitamente liberazione dal peccato e dalle sue conseguenze, qualcosa di cui fare esperienza nel presente, e soprattutto la convocazione e la partecipazione di tutti i popoli della terra alla “mensa del Regno di Dio” in una pienezza di gioia e di festa.
“Signore, sono pochi quelli che si salvano?”, chiede un tale a Gesù. Una domanda molto pertinente. Nel mondo rabbinico di allora, infatti, c’era difformità di pensiero sull’argomento. Alcuni rabbini sostenevano che tutto Israele si sarebbe salvato, e ciò in forza della fedeltà di Dio alle sue promesse e come appartenenti al popolo che Dio si era scelto. Ma altri, più rigorosi, dicevano: “Dio ha creato questo mondo per amore di molti, ma quello futuro “per pochi”. Gesù risponde con parole apparentemente non attinenti alla domanda. Non dice né “pochi”, né “molti”, ma: “Sforzatevi di entrare per la porta stretta”. Con queste parole chiarisce il significato della salvezza e “come” meritarla. Sposta l’attenzione dal “quanti” al “come” ci si salva, come e che cosa bisogna fare per non essere esclusi dal Regno di Dio. Per salvarsi bisogna uscire dalle proprie sicurezze e affidarsi unicamente a Dio, mettere la propria mano nella sua e lasciarsi guidare dalla sua Parola. Quel che conta per Gesù in ordine alla salvezza è predisporre ogni fibra del nostro essere ad accogliere il dono della grazia di Dio, che egli concede a chi è disposto a seguirlo giorno per giorno «passando per la porta stretta», in una comunione intima con lui e nel servizio dei fratelli.
La salvezza è solo un dono di Dio, una “grazia”, non frutto soltanto dei nostri meriti e delle nostre opere buone, ma anche un dono da accogliere e un compito da vivere con responsabilità nello sforzo, nella fatica, nella lotta. Con un giochetto di parole S. Agostino ci aiuta meglio a capire il senso di quello che Gesù vuol dire: “Qui creavit te sine te, non salvabit te sine te” (Colui che ti ha creato senza di te, non ti salverà senza di te). La salvezza ce la dobbiamo anche meritare con la nostra vita, con la coerenza delle nostre scelte, con la testimonianza tangibile dell’amore fraterno, percorrendo la sua stessa strada sulle orme di quanti lo hanno seguito fino al martirio o nella santità della vita, mai facendoci abbagliare dalle “porte larghe” di una illusoria felicità terrena, ma «fissando i nostri cuori dove è la vera gioia» (Colletta della messa).
“Sforzatevi” – dice Gesù – di entrare per la porta stretta”. Il verbo greco agonízesthe significa lotta (letteralmente agonia), perseveranza, sforzo, impegno, sacrificio. A chi lo vuol seguire Gesù pone come condizione la “Croce”: “Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà”.
Non lasciamoci ingannare da altre promesse: al di là della Croce di Cristo, non c’è altra via per cui salire al Cielo. Presentandoci alla festa eterna, quando sarà, non servirà dire “Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze”. A molti contemporanei di Gesù succedeva proprio questo: di sedere a mensa con lui, ascoltarlo parlare, emozionarsi, ma tutto finiva lì, non cambiava nulla nella loro vita. Troveremo aperta la porta del Regno dei cieli se avremo vissuto la nostra vita nell’amore di Dio e nella carità fraterna, nell’intimo rapporto con Dio e curando buoni rapporti con i nostri fratelli. Non ci si può fermare a una religiosità fondata sull’esteriorità e a un Cristianesimo di buoni sentimenti o a raduni di piazza. Possiamo partecipare a Messe, fare le pratiche religiose, osservare i precetti della Chiesa, difendere la croce come simbolo di una civiltà, ma tutto questo non basta. A volte pensiamo che la continuità basti per la salvezza, ma una pietra può restare secoli nel letto di un fiume senza assorbire una goccia d’acqua. Fermandoci solo a una vita cristiana di facciata e di “pratiche religiose”, senza un vero rapporto spirituale con Gesù, in un clima di amore, di fiducia e comunione sarà glaciale la risposta di Gesù quando busseremo alla porta chiusa per entrare: «Non so di dove siete. Allontanatevi da me», non vi conosco. Sono parole con cui l’evangelista Luca voleva scuotere la fede della sua comunità. Oggi queste parole vogliono scuotere la nostra fede. Dobbiamo curare la nostra vita di fede e questa non è una marcia trionfale, ma un cammino cosparso di sofferenze e di azioni che hanno il nome di perdono, misericordia, rinuncia a se stessi e alle proprie cose.
Dum tempus habemus operemur bona (Galati 6,10). Finché abbiamo tempo, facciamo un po’ di bene. I comandamenti, la Messa, i Sacramenti, il Vangelo, la Chiesa, tutto bene. Ma ciò che mette davvero sulla strada della salvezza non è il culto, la discendenza o l’eredità, ma la decisione personale, seguita da una coerente condotta di vita con percorsi all’inizio angusti, ma che diventano sempre spaziosi man mano che ci sforziamo di entrare in più comunione intima con nostro Signore Gesù Cristo sorgente della gioia e della pace del cuore.

(Ermanno Raimondo, Spezzando la sua Parola, Calabria Edizioni, 2018)