Spezzando la sua Parola

DAVANTI A DIO SI È QUEL CHE SI È E NULLA DI PIÙ

Riflessione sulla liturgia della Parola

di monsignor Ermanno Raimondo

XXII Domenica del Tempo Ordinario  9/1/2019 – Anno (C)
(Letture: Siracide 3, 19-21.30-31; Salmo 67; Ebrei 12, 18-19.22-24a; Luca 14, 1. 7-14)

Sono sette le inclinazioni negative dell’essere umano. Il Catechismo della Chiesa Cattolica li chiama vizi capitali. Sono la superbia, l’avarizia, l’invidia, l’ira, la lussuria, la golosità, la pigrizia o accidia. Sono chiamati capitali perché generano altri vizi (Ctr. Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1866), oscurano la coscienza e alterano la concreta valutazione del bene e del male.
Nell’elenco il primo posto è occupato dalla “superbia”, perché è la radice di ogni male. Non a caso Eva, la prima peccatrice, cominciò a sbagliare proprio quando cominciò a pensare che poteva diventare e agire “da Dio”. La parola superbia, derivante dal latino (XIII sec), significa alterigia, orgoglio, presunzione. La superbia è una eccessiva stima di sé che porta a comportarsi in modo arrogante e sprezzante nei confronti degli altri.
Il peccato di superbia consiste nel nutrire un concetto talmente alto di sé da negare la propria condizione di creatura e nel mettersi al di sopra di Dio. È l’esatto contrario della virtù dell’umiltà, che è al centro del Vangelo di oggi.
Gesù non ci dà una definizione di questa virtù, ma ce ne fa capire il significato evangelico attraverso una esperienza fatta in “casa di uno dei farisei” e riportata fedelmente dall’autore del terzo vangelo, San Luca. Invitato a pranzo viene colpito dal modo di comportarsi degli altri invitati: si spingevano l’un l’altro per occupare i primi posti. Era allora un costume diffuso nella classe politica e sacerdotale per mettersi in mostra e cercare una maggiore visibilità. Un costume non meno diffuso ai nostri tempi, impregnati di una mentalità “competitiva”, secondo la quale conta chi realizza, chi è il primo, chi è più avanti nella politica, nel lavoro, nella scuola, nello sport, nei divertimenti, e le cui motivazioni sono dettate da interessi personali, dalla voglia di farsi notare, dal desiderio di apparire come gente impegnata, di avanguardia, e da altre cose del genere.
Gesù, coerente con quanto dice la Scrittura: “Quanto più sei grande, tanto più umìliati; così troverai grazia davanti al Signore” (Siracide 3,18ss), interviene dando una grande lezione di saggezza e ripropone l’umiltà come pilastro fondamentale del vivere da veri uomini credenti. “Quando sei invitato vai a metterti all’ultimo posto …”. Non perché qualcuno poi possa dirti di salire più avanti (sarebbe falsa umiltà), ma perché se vuoi essere veramente religioso devi seguire la logica di Dio, devi cercare il primo posto non davanti agli uomini, ma davanti a Dio, devi farti umile come Dio. «Dio è umiltà – diceva S. Francesco d’Assisi -perché dalla posizione in cui si trova può solo scendere, salire non può perché non c’è nulla sopra di lui». Gesù un giorno agli apostoli in vivace discussione tra loro su chi era il più grande dirà: “I grandi del mondo spadroneggiano e poi si fanno chiamare benefattori … non accada così tra voi: il più grande diventi come il più piccolo e chi governa come colui che serve” (Ctr. Luca 22, 25- 26).
Il più grande davanti a Dio è colui che si fa piccolo, umile. Farsi piccolo, farsi umile, non vuol dire sotterrare i propri talenti, nascondere le proprie capacità, che sono sempre doni di Dio, non significa fuggire dalle proprie responsabilità. Tutt’altro. Farsi umile vuol dire liberarsi dall’ansia di ogni stima umana e avere la serena coscienza che ciascuno di noi vale tanto quanto vale davanti a Dio. Nessun titolo, nessuna stima umana può aggiungere nulla, come nessun disprezzo o nessuna calunnia può togliere nulla. Il santo Curato D’Ars racconta di aver ricevuto un giorno due lettere: in una si diceva che era un santo, nell’altra che era un ipocrita. E il santo commenta: “La prima non mi aggiunge niente, la seconda non mi toglie niente: davanti a Dio si è quel che si è, e nulla di più”.
L’umiltà evangelica è mettere tutte le proprie capacità a servizio del Regno di Dio, farci instancabili servitori del prossimo, orientare i nostri desideri di gloria che culliamo nel cuore alla gloria di Dio: “Non nobis Domine, non nobis, sed nomini tuo da gloriam”. Tutto è dono di Dio e ogni dono va donato gratuitamente, perché quel che non si dona si perde. Questa è la nostra visione delle cose. È il secondo insegnamento di Gesù nell’odierno brano evangelico.
Gesù ci insegna a non farci travolgere dall’ambizione di volere a tutti i costi primeggiare, calpestando magari i diritti degli altri – come avviene spesso nella vita – e senza neppure avere tante volte le necessarie capacità, sospinti unicamente da un esasperato bisogno di apparire e di mettersi in mostra, o di contare qualcosa in questo mondo strampalato in cui quel che conta è ciò che si vede e ciò che appare. Ci insegna, inoltre, di andare oltre la logica del tornaconto e ben oltre la logica dei diritti e dei doveri, spezzando lo schema meschino del dare per ricevere o del salutare solo in risposta al saluto ricevuto.
Fino a quando non seguiamo questi insegnamenti di Cristo resteremo sempre al di fuori del regno di Dio e anche al di fuori del cuore degli uomini, che, a pensarci bene, non sopportano gli orgogliosi e nemmeno quelli che si pavoneggiano ad ogni costo, ad ogni ora e in ogni luogo. Gli insegnamenti di Cristo ci portano sulla strada della vera umiltà e ci insegnano – come dirà Sant’Agostino con altre parole – che la superbia non è grandezza, ma gonfiore. Ciò che gonfia sembra grande, ma in verità è una malattia.
Parlando di umiltà e di gratuità non possiamo non rivolgere lo sguardo a Colei che ha trovato grazia presso Dio per la sua umiltà ed è diventata la Madre del Signore e Madre nostra. Come lei, restiamo dove siamo, come siamo, facciamo tutto ciò che possiamo per la gloria di Dio e per il bene dei fratelli.

(Ermanno Raimondo, Spezzando la sua Parola, Calabria Edizioni, 2018)