Spezzando la sua Parola

INCARNARE L’AMORE NELLA QUOTIDIANITÀ

Riflessione sulla liturgia della Parola

di monsignor Ermanno Raimondo

XXIII Domenica del Tempo Ordinario  9/8/2019 – Anno (C)
(Letture: Sapienza 9, 13-18; Salmo 89; Filemone 9b-10. 12-17; Luca 14, 25-33)

Nel Vangelo odierno (Luca 14, 25-33) Gesù ribadisce per ben tre volte le condizioni imprescindibili, e davvero esigenti, per seguirlo: amarlo più di qualunque altro affetto terreno, e perfino della propria vita, portare la propria croce, rinunziare a tutti i propri averi.
La prima condizione è il distacco netto da ogni legame terreno. «Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo». Con queste parole Gesù ci invita a fare una scelta radicale, una scelta che comporta distacco da ogni legame terreno, compresi i legami familiari che devono essere collocati nell’orizzonte del rapporto con Lui. Il padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita non devono essere preferiti a Lui, ma messi in subordine rispetto alla sua persona. Se si amano “più di Lui”, più di quanto si ama Lui, non si può essere suoi discepoli. L’amore per Cristo non esclude, certo, gli altri amori, ma li ordina, aggiungendo un “di più”. Il discepolo è colui che sulla luce dei suoi amori spande una luce superiore e più grande. Per essere suoi discepoli occorre innanzitutto riconoscerlo come l’unico Signore della propria vita, dare a Lui il primo posto, mai assolutizzando cose e persone, fosse pure la persona più cara, ma dare a Lui la preferenza, la precedenza.
Quel che allora può sembrare in contraddizione con altre raccomandazioni di Gesù – onorare i propri genitori, amare anche i nemici… – è solo un modo paradossale di esprimersi. La parola paradosso, dall’aggettivo greco parà (contro) – doxos (opinione), non esprime qualcosa di negativo, ma solo di “contrario alla comune opinione”, significa qualcosa di inaspettato, di stupefacente. Le tante espressioni che troviamo nei quattro vangeli – Beati voi, poveri; se uno vuol essere il primo, sia l’ultimo e il servo di tutti; chi vorrà salvare la propria vita la perderà … – affermano a chiare lettere la necessità da parte dei discepoli di un comportamento che va ben al di là dell’opinione corrente e orientato alla ricerca di una verità più profonda di quella che si crede di conoscere.
Questo linguaggio abbastanza duro viene ribadito dal successivo versetto: “Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo”. Perché l’amore vero passa dalla Croce. Un famoso scrittore francese (F. Mauriac) dice che “la parola amore è diventata una parola equivoca e fortemente inquinata”. L’amore possessivo non è vero amore, l’amore cedevole non è vero amore, l’amore senza fedeltà non è vero amore, l’amore senza sacrificio non è vero amore. Il più alto esempio di amore ce lo ha dato Lui, N. S. Gesù Cristo, che “ci ha amati e ha dato se stesso per noi”. Attraverso il mistero della Croce accettato in obbedienza alla volontà del Padre Gesù ci ha insegnato il senso vero dell’amore con cui dobbiamo amare tutti, vicini e lontani, mettendo al primo posto l’amore di Dio. Solo mettendo Lui al primo posto, si è capaci di amare, di perdonare e di fare atti di coraggio per amore del prossimo.
Anche l’apostolo Paolo nella seconda lettura, esortando Filemone a perdonare lo schiavo fuggito da casa dicendogli “se in qualche cosa ti ha offeso o ti è debitore, metti tutto sul mio conto, pagherò io per lui”, ci ricorda che seguire Cristo significa fare come ha fatto Lui, che si è dato a tutti per liberarci dal nostro egoismo. Lo dobbiamo chiedere ogni giorno a Dio. Come hanno fatto i santi. S. Teresa di Calcutta diceva: “È stato Dio ad insegnarmi ad amare, ho imparato da lui, solo da lui, ad amare. Come potrei andare dai poveri se Gesù non mi mettesse nel cuore il suo Amore?”. La santa, incontrando il Cardinal Comastri quand’era ancora giovane sacerdote, gli chiese quante ore pregava al giorno. Mons. Comastri, rimasto spiazzato dalla domanda, rispose: “Celebro la Messa, recito il breviario e il Rosario tutti i giorni”. E lei: “È troppo poco, nell’amore non ci si può limitare al dovere, bisogna fare di più. Fai un po’ di Adorazione ogni giorno altrimenti non reggi”. Il futuro cardinale rispose alla santa: “Madre, da lei mi sarei aspettato che mi chiedesse quanta carità faccio”, e lei guardandolo con occhi penetranti gli disse: “E tu credi che io potrei andare dai poveri se Gesù non mi mettesse nel cuore il suo Amore? Ricordati che Gesù per la preghiera sacrificava anche la carità. Senza Dio siamo troppo poveri per poter aiutare i poveri”. Il Card. Comastri rivelò che queste parole se le ricordò ogni giorno. Con la preghiera e l’adorazione, è come se noi tenessimo sempre accesa la fiamma dell’amore di Dio per incarnare l’amore nella quotidianità della vita.

(Ermanno Raimondo, Spezzando la sua Parola, Calabria Edizioni, 2018)