Spezzando la sua Parola

IL SEGNO DEL CRISTIANO

Riflessione sulla liturgia della Parola

di monsignor Ermanno Raimondo

Esaltazione della Santa Croce  9/14/2019 – Anno (PROPRIO DEI SANTI)
(Letture: Numeri 21,4b-9; Salmo 77; Filippesi 2,6-11; Giovanni 3,13-17)

La festa della Esaltazione della Santa Croce risale al 335, quando una straordinaria folla di fedeli si recò alla Basilica del Santo Sepolcro fatta restaurare da Costantino. In quella occasione furono esposte alla venerazione dei fedeli le reliquie della Croce del Signore che erano state fatte ritrovare da Sant’Elena, mamma di Costantino. Il sacerdote alzando le reliquie le mostrava verso i quattro punti cardinali per indicare che dalla Croce di Cristo era scaturita la salvezza di tutti gli uomini. Questa cerimonia soppiantò ben presto la stessa commemorazione della dedicazione della Basilica e diede il titolo alla festa che dura tuttora.
La liturgia presentandoci oggi la Croce di Cristo non ci fa, pero, venerare uno strumento di morte, quale essa è, ma ci fa contemplare il mistero che essa rappresenta, l’amore di un Dio che immolandosi per amore nostro sulla croce ha vinto con la sua potenza di misericordia e di perdono la prepotenza dell’odio e del male e ci ha liberati dalle nostre incoerenze e riscattato dalla schiavitù del peccato e della morte.
La Croce di Cristo è il luogo della massima manifestazione di questo amore. Ci mostra un “Dio che ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna (Giovanni 3,16). Dio, infatti, ha mandato nel mondo suo Figlio non per condannare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui”. “Nell’albero della Croce – diremo nel prefazio – tu, o Dio, hai stabilito la salvezza dell’uomo, perché donde sorgeva la morte, di là risorgesse la vita”. Ecco perché, con le stesse parole del prefazio possiamo dire: “È cosa buona e giusta” esaltare la Croce. Su quel legno Gesù ha dimostrato tutto il suo amore che Dio ha per noi. San Giovanni, introducendo il racconto della passione, dice che “Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine” (Gv 13,1), fino al limite massimo, cioè, oltre il quale non poteva andare. Nella Lettera ai Filippesi l’Apostolo scrive che per amore Gesù “pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio essere come Dio, ma svuotò se stesso, assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini”. Per amore “umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di Croce”.
Per questo amore estremo la Croce che è uno strumento di morte è stata trasformata in una fonte di vita.
Ha scritto un teologo (Giuseppe Colombo) che non è la croce a fare grande Gesù Cristo; è Gesù Cristo che riscatta persino la Croce, la quale è da comprendere, non retoricamente da esaltare”. È la Croce che va letta attraverso l’amore vissuto da Gesù, non Gesù attraverso la Croce.
Sulla Croce è proclamato, a lettere di sangue, le uniche che non ingannano, che “forte come la morte è l’amore” (Ctr. 8,6). Perciò: “Di null’altro mai ci glorieremo – possiamo ripetere con l’antifona d’ingresso – se non della Croce di Gesù Cristo Nostro Signore: egli è la nostra salvezza, vita e risurrezione”.
È questo aspetto “glorioso”, “esaltante” che voglio sottolineare di più della Croce di Cristo. “Quando sarò elevato da terra – dice Gesù – attirerò tutti a me”. Nel deserto, durante il cammino verso la terra promessa, Mosè aveva elevato un serpente di bronzo: guardando ad esso il popolo veniva guarito dai “morsi dei serpenti” e molte persone venivano salvate. Come il serpente era un “un segno di salvezza” (Sap 16,6), così è Gesù: è stato elevato da terra e innalzato da Dio che lo ha accolto nella sua gloria e lo ha fatto Signore universale.
Tutti, senza eccezioni, abbiamo una croce da portare. Ciascuno la sua. Inutile confrontarla con quelle degli altri. Ogni croce è fatta su misura per le spalle di ciascuno e rappresenta la nostra personale storia di dolore a cui bisogna necessariamente dare un significato. E lo potrà avere solo se, dietro i passi di Gesù, è portata con amore e con speranza. Anche la nostra croce diventerà “gloriosa, come quella di Cristo se riusciamo a entrare nel suo stesso mistero di amore e di donazione della nostra vita, se teniamo sempre fisso il nostro sguardo su di Lui in Croce e crediamo fino in fondo che in Lui sta, in radice, la salvezza.
Scriveva Paolo VI:
“Ecco il legno della nostra salvezza, ci ripete l’odierna liturgia. Per non naufragare nel mare di questo mondo, segnato dall’indifferenza, dall’egoismo, dalla violenza, dalla perdita del senso del peccato, dalla paura della morte, aggrappiamoci a questo “legno” santo, ed esso ci porterà all’approdo della nostra salvezza”.
Vergine Addolorata, che nell’ora della croce sei diventata Madre dei credenti, insegnaci a seguire il tuo crocifisso e risorto; vogliamo improntare la nostra esistenza alla logica della croce, per tradurre la fede in una coerenza di testimonianza evangelica. Aiutaci, Madre della Chiesa, ad essere “lievito” e “seme” di amore e di pace tra i nostri contemporanei, e in particolare tra coloro che soffrono e che attendono un segno di speranza.

(Ermanno Raimondo, Spezzando la sua Parola, Calabria Edizioni, 2018)