Spezzando la sua Parola

SALVEZZA E GRATITUDINE

Riflessione sulla liturgia della Parola

di monsignor Ermanno Raimondo

XXVIII Domenica del Tempo Ordinario  10/13/2019 – Anno (C)
(Letture: 2 Re 5, 14-17; Salmo 97; 2 Timoteo 2, 8-13; Luca 17, 11-19)

Quanti insegnamenti nell’episodio dell’incontro di Gesù con i dieci lebbrosi narrato nel Vangelo di oggi!
Il primo insegnamento è la vicinanza al malato. Nell’antico Israele il lebbroso era un emarginato, condannato all’isolamento e alla vergogna, perché la malattia che l’aveva colpito non solo era qualcosa di ripugnante, ma era anche ritenuta un castigo di Dio per i gravi peccati da lui commessi. Per questo era costretto a stare fuori del villaggio in zone isolate in modo da non potere avere alcun contatto con i sani. Alla sofferenza fisica si aggiungeva l’estraniazione e la solitudine. Il lebbroso – insegna Gesù – è creatura amata da Dio ed è raggiunto dalla sua salvezza. Questo insegnamento è stato fedelmente seguito dalla Chiesa dal suo nascere fino ai nostri giorni. La Chiesa anche verso le persone affette da lebbra non ha alzato muri o creato recinti, ma si è fatta vicino, ha curato questi malati come tutti gli altri malati, nel rispetto della loro libertà e dignità di uomini, vedendo in essi la presenza di Gesù (Raoul Follereau).
Un secondo insegnamento riguarda l’atteggiamento di fiducia dei lebbrosi nella potenza guaritrice di Gesù e il loro fiducioso abbandono in lui. Lo invocano pertanto con speranza e con parole di forte intensità: “Gesù, maestro, abbi pietà di noi!”. Gesù li guarisce, ma non subito. Li mette prima alla prova. Devono presentarsi ai sacerdoti, ancora da ammalati, perché come autorità religiose, dovranno certificare la loro avvenuta guarigione. Solo così potranno dimostrare di avere fede nella sua parola.
All’origine del miracolo c’è, dunque, un atto di fiducioso abbandono e di obbedienza da parte di tutti e dieci i lebbrosi alla parola di Gesù. Tutti e dieci si mettono in cammino. Un gesto con cui iniziano il loro percorso di guarigione. “Mentre essi andavano dai sacerdoti – ci fa attenti l’evangelista – sono purificati” (v.14). La guarigione è stata, potremmo dire, la conseguenza della loro fiducia in Gesù. L’azione di Dio richiede sempre questo primo passaggio. A Gesù è bastato questo loro mettersi in cammino per intervenire con la sua potenza divina e liberarli da quella condanna fisica e civile che era la lebbra. Di una cosa, però, si rammarica: che dei dieci guariti, chiaramente giudei, solo uno, e per di più straniero, non appartenente al popolo eletto, l’abbia riconosciuto e ringraziato, mostrando fede in Lui, passando dalla fiducia alla fede, alla riconoscenza, all’amore, a un profondo cambiamento di vita. Solo un samaritano – dice l’evangelista – “tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi per ringraziarlo”, compiendo un atto di adorazione che spetta solo a Dio. Ha riconosciuto in Gesù il Messia e il Salvatore, non solo il guaritore che gli aveva ridato una pelle fresca come quella di un bambino, ma colui che ha cambiato per sempre la sua vita e il suo destino. Mentre i nove giudei sono stati “guariti”, lui è stato “salvato”, ha cioè recuperato il totale rinnovamento di tutta la sua persona, esteriore e interiore. E questo grazie alla sua fede. «La tua fede ti ha salvato». La guarigione ha cambiato tutta la sua esistenza, non solo il suo corpo, ma anche il suo spirito, perché ha incontrato Gesù come suo Salvatore. In altre parole il samaritano guarito ha capito veramente qualcosa del mistero di Gesù. I nove lebbrosi che non tornano forse sentivano la salute come un diritto e non come un dono, come un diritto e non come il vero miracolo. I loro corpi sono liberati dalla lebbra, ma il loro cuore non ha incontrato il Signore. E perciò non ringraziano. Se applichiamo il comportamento dei nove lebbrosi che non tornano alla realtà pastorale si chiarisce ancora meglio il significato della fede, che non è solo guarigione, ma un dare seguito alla guarigione che cambia la vita. Quanti sono i bambini della prima Comunione che tornano la domenica successiva? Quanti sono i genitori che danno seguito al Battesimo con l’educazione cristiana dei figli? Quanti Cresimati decidono di servire la Chiesa mettendo a servizio il dono ricevuto? Quanti sposi che celebrano il Matrimonio fanno entrare Dio nella loro casa e nella loro relazione? Ricevuto il miracolo bisogna passare dal segno alla realtà significata, da un sacramento vissuto con superficialità a un incontro che davvero trasformi la vita e faccia rifiorire una relazione nuova con il Signore.
A proposito della gratitudine vorrei brevemente aggiungere che questo sentimento profondo dell’animo umano non è troppo ricorrente ai nostri giorni, nei nostri rapporti, e ancora di più nei rapporti verso Dio. A volte anche noi consideriamo quello che gli altri ci fanno come qualcosa di dovuto nei nostri riguardi. E non ci rendiamo conto – come insegna l’apostolo Paolo – che “tutto è dono di Dio”: “Che cosa possiedi che tu non l’abbia ricevuto?”( 1Cor 4,7). E ne dobbiamo gioire. Gilbert Keith Chesterton, uno scrittore argentino, proposto da Papa Bergoglio come possibile beato – notava: “Non mancano meraviglie nel mondo (e quindi nella vita di ciascuno); manca la meraviglia, cioè la capacità di cadere in ginocchio e dire “Grazie!”. E sempre lui, con ironia osservava: “Molti ringraziano la Befana perché mette doni nella calza, ma non ringraziano mai Dio, che ha dato loro i piedi da mettere nella calza”. Un chiaro segno che di fede ne abbiamo poca, non abbiamo la fede per vedere e l’umiltà per riconoscere.
Come sono belle le parole che Gesù dice al lebbroso riconoscente: “La tua fede ti ha salvato”. La fede ci dà non solo la salute, ma la salvezza. La vera salute, nella fede, si chiama salvezza, cioè accoglienza di Dio, amore di Dio e amore del prossimo nel quale si nasconde Dio.

(Ermanno Raimondo, Spezzando la sua Parola, Calabria Edizioni, 2018)