Spezzando la sua Parola

LA PREGHIERA TRASFORMA LA VITA E LA RENDE FELICE

Riflessione sulla liturgia della Parola

di monsignor Ermanno Raimondo

XXX Domenica del Tempo Ordinario  10/27/2019 – Anno (C)
(Letture: Siracide 35, 15b-17.20-22a; Salmo 33; 2 Timoteo 4,6-8.16-18; Luca 18, 9-14)

Anche la Parola di questa domenica ci porta a riflettere sulla preghiera. Domenica scorsa la liturgia ci ha presentato due esempi di preghiera: quella di Mosè e quella della vedova importuna. Oggi richiama la nostra attenzione sull’atteggiamento che dobbiamo assumere nella preghiera: metterci davanti a Dio con la verità di noi stessi. E qual è la verità di noi stessi? Che siamo dei poveri peccatori, tutti. Una condizione che non da tutti viene espressa nella preghiera, come dimostra la parabola del fariseo e del pubblicano. Il fariseo prega, sì, ma considerando il pubblicano non un fratello, ma un nemico suo e di Dio, visto da tutti come uno che nella vita tradisce per denaro, si vende agli stranieri. Lui è giusto, il pubblicano è un disonesto e un immorale.
Nella parabola l’evangelista Luca ci presenta le due figure come persone religiose che “salgono al tempio a pregare”, ma con una disposizione del cuore completamente contrastante: diverso è ciò che passa nel segreto del loro cuore. Ognuno di loro incarna un modo diverso di porsi di fronte a Dio.
Ma chi sono questi due protagonisti della parabola? Ai tempi di Gesù i farisei erano un gruppo religioso separato (il loro nome significa appunto “separati”) dagli altri giudei, osservavano integralmente e scrupolosamente tutti i precetti della Legge, andando anche oltre (ai cinque digiuni prescritti per tutti in occasione delle principali ricorrenze ebraiche ne facevano volontariamente altri due ogni settimana (v. 12); stavano bene attenti a non contaminarsi con i “pubblici peccatori”. I pubblicani, pur essendo anch’essi religiosi, erano considerati dalla religione ebraica dei “pubblici peccatori”, perché per il mestiere che facevano di esattori di tasse potevano aggiungere una quota per il loro guadagno, una percentuale che normalmente andava al di là del “giusto e dell’ “onesto”. Erano insomma considerati dei ladri e dei “truffatori”.
Il fariseo e il pubblicano vanno a pregare al tempio, ma con due risultati completamente diversi secondo la loro diversa predisposizione interiore: la preghiera del pubblicano – contro l’aspettativa dei farisei – viene gradita a Dio, quella del fariseo, ipocrita, offende addirittura Dio. Apparentemente tutti e due hanno intenzioni buone, sentono, infatti, il bisogno di “salire al tempio a pregare”, ma uno esce dal tempio giustificato (“perdonato”), l’altro con un peccato in più.
Tutto questo succede perché il fariseo si presenta davanti a Dio già con la coscienza a posto e si ritiene in credito, non in debito, davanti a lui, non attende la sua misericordia e la salvezza come un dono, ma piuttosto come un premio per i suoi doveri religiosi compiuti, proclamando in tal modo di essere giusto e senza difetti, e di avanzare qualcosa da Dio. Gli presenta l’assegno da firmare. Un atteggiamento di presunzione che lo fa sentire anche superiore agli altri fino al disprezzo: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri, e neppure come questo pubblicano”. Commette uno dei peccati più gravi, quello contro la carità.
L’atteggiamento del pubblicano invece, esattamente il contrario, è il più gradito a Dio: si avvicina a Lui con umiltà, riconoscendosi piccolo e limitato: se ne sta a distanza in fondo al Tempio …non alza gli occhi … si batte il petto con la coscienza di essere un peccatore, sente il bisogno di cambiare qualcosa nella sua vita, e invoca il perdono. La sua preghiera, autentica, trasforma la sua vita e lo rende felice. Dio lo perdona, però, non perché più umile del fariseo, ma perché si apre alla sua misericordia come una vela che si inarca al vento per consentire alla barca di navigare serenamente verso la meta.
Quanto disgusta vedere anche ai nostri giorni tanti che recitano la parte del fariseo per fare bella figura agli occhi degli uomini, alla ricerca di una effimera gloria terrena! La gloria spetta solo a Dio; lo sottoscriviamo con l’Amen finale della dossologia della Messa dopo il Padre nostro, con la quale il celebrante innalza la lode a Dio: “Per Cristo, con Cristo e in Cristo …”.
La nostra preghiera, per piacere a Dio, dobbiamo viverla con l’umiltà del pubblicano che riconosce il proprio peccato e non esprime giudizi sugli altri, con la coscienza delle nostre debolezze, della nostra miseria e del nostro nulla. Tutto è di Dio: di nostro è solo il peccato. La nostra condizione umana è di per sé una condizione di fallibilità, di precarietà, di grettezza, di meschinità. La grande santa del nostro tempo, Madre Teresa di Calcutta, osava dire: “Anche se commettiamo qualche errore, approfittiamo di questo per avvicinarci a Dio. Diciamogli con umiltà: non sono stato capace di essere migliore. Ti offro i miei fallimenti. L’umiltà consiste anche in questo: avere il coraggio di accettare l’umiliazione”, come ha fatto Cristo. “Chi si esalta sarà umiliato, chi si umilia sarà esaltato”: è il paradosso evangelico. Solo la preghiera umile “penetra le nubi” e arriva a Dio.
La conclusione allora è chiara: l’unico modo di metterci davanti a Dio, nella preghiera e prima ancora nella vita, è quello di sentirci bisognosi del suo perdono e del suo amore. Le opere buone le dobbiamo fare, ma non è il caso di menarne vanto. Come pure non è il caso di fare confronti con gli altri.

(Ermanno Raimondo, Spezzando la sua Parola, Calabria Edizioni, 2018)