Spezzando la sua Parola

DAVANTI AL SUO VOLTO

Riflessione sulla liturgia della Parola

di monsignor Ermanno Raimondo

Commemorazione di tutti i fedeli defunti  11/2/2019 – Anno (PROPRIO DEI SANTI)
(Prima Messa – Letture: Giobbe 19,1.23-27a; Salmo 26; Romani 5,5-11; Giovanni 6,37-40 Terza Messa – Letture: Sapienza 3,1-9; Salmo 41; Apocalisse 21,1-5a.6b-7, Matteo 5,1-12a)

Ciò che si impone immediatamente alla nostra attenzione, in questo giorno dedicato ai defunti è il carattere di fugacità e di brevità che segna con una nota di dolore la nostra vicenda umana. Dice Moravia quasi scherzosamente che gli uomini se ne vanno come se ne vanno gli anni: a giorni, a settimane, a mesi, a stagioni. E il Baretti al canonico Agudio: “Gli anni passan via velocemente, e ne lascian nei visi un ricordo che diventiam vecchi, e che gli è tempo di pensare a scendere la falda opposta del monte della vita”.
Di solito si vorrebbe non pensarci, anche a costo di ingannare se stessi e gli al-tri, perché questa verità risulta troppo angosciante e perciò insostenibile. Sta oggi prendendo sempre più piede in sostituzione della festa dei morti, la festa di Halloween: zucche vuote, stracci appesi alla finestra, lumini accesi, scritte e segni strani, musiche assordanti. Le immagini sacre sostituite con immagini vuote e stupide. Credo sia l’ennesima tentazione di non parlare di morte. Questo no! Non può essere accettabile. Non si può far finta che la morte non ci sia, ironizzando su di essa, nascondendola in una zucca o magari sotto una maschera.
Come si fa a chiudere gli occhi di fronte a questa realtà. Saggio invece, secondo la Bibbia, è colui che sa contare i propri giorni: “Insegnaci a contare i nostri giorni! E acquisteremo un cuore saggio” (Sal. 89,12). È segno di saggezza pensare alla morte perché ci dà la consapevolezza del limite del nostro esistere, la misura giusta della vita. Se uno non pensa mai alla morte, rischia di assumere davanti alla vita e agli altri lo sguardo arrogante di chi si sente signore e padrone.
Io credo che chi sa guardare in faccia alla morte, è anche portato a vedere la vita con una sensibilità diversa, con una mitezza d’animo che ci rende più umani.
Noi soprattutto, almeno noi che viviamo in ospedale dovremmo avere il giusto metro di valutazione della vita: le cose che la gente crede importanti qui si ridimensionano, e quelle che sembrano insignificanti assumono un valore insospettato. Siamo tutti affratellati da un comune destino.
Noi, nel momento del distacco, affidiamo i nostri morti all’amore e alla misericordia, alla memoria e all’eternità con il Signore. Diciamo «Signore, vedi questa creatura che ci è molto cara: te la consegniamo con tutto il suo mistero e i suoi segreti, con il suo corpo che ha molto sofferto, con il suo cuore che ha cercato la gioia, con la sua voce che ha mormorato delle carezze. Signore, custodiscila nel tuo amore».
Ora i nostri morti ci vengono incontro e ci prendono per mano. Ci portano a contemplare la soglia della morte e ci dicono: «Sì, la morte è qualcosa di scandaloso, anzi è lo scandalo più grande. Ma nel muro d’ombra della morte c’è un varco, un passaggio, una via di fuga verso la libertà. Questo varco è stato aperto da Gesù Cristo, quando il mattino di Pasqua ha vinto la morte.
Certo, è dolore la morte. Ma, come dice Tagore, il padre dell’India moderna, è come il dolore di un bambino che sta succhiando il latte dal seno della madre: «piange il bambino staccato dal seno, ma subito si acquieta passando all’altro seno. La morte non segna tanto una fine, ma un passaggio». Che cosa ci dicono ancora i nostri morti che vivono ormai nella comunione con il Sommo Bene?
Ci dicono che l’amore eterno di Dio conserva nella sua memoria la memoria di ciascuno di noi: accoglie e raccoglie il meglio della nostra vita. Non conserva traccia di tante nostre cattiverie e infedeltà, ma attira ed accoglie solo quello che nella nostra vita è in accordo con il suo Vangelo.
I nostri morti oggi vogliono dirci qualche parola di ammonimento e di incoraggiamento. Non è il caso – ci dicono – di sprecare tesori di tempo, di fatica, di preoccupazioni per ambizioni che non servono a nulla, per questioni mediocri e spesso infantili, per il piacere di avere ragione. Tutto è vanità. Solo l’amore rimane. L’amore è l’unica vita che rimane sempre, sulla terra e nel cielo.
È il caso perciò di pregare: «Signore, insegnaci la sapienza del cuore. Fa’ che la nostra vita non finisca nel nulla, ma in un abbraccio che abbia il tuo nome».

(Ermanno Raimondo, Spezzando la sua Parola, Calabria Edizioni, 2018)