Spezzando la sua Parola

NULLA MUORE DELL’UOMO TUTTO SI TRASFORMA IN UNA REALTÀ NUOVA

Riflessione sulla liturgia della Parola

di monsignor Ermanno Raimondo

XXXII Domenica del Tempo Ordinario  11/10/2019 – Anno (C)
(Letture: 2 Maccabei 7, 1-2. 9-14; Salmo 16; 2 Tessalonicesi 2,16-3,5; Luca 20, 27-38)

Il messaggio di questa domenica ci mette di fronte al nostro destino ultimo che, come professeremo tra poco nel Credo, è “la vita del mondo che verrà”. Ci fa meditare sul mistero della morte che S. Francesco d’Assisi chiamava “sora nostra morte corporale, dalla quale nullo homo vivente po’ scappare” (Cantico delle creature), e che è l’inizio della vita eterna e dell’eterna comunione d’amore con la Santissima Trinità. Ci invita a fermare l’attenzione sulla “risurrezione della carne”, che è una delle verità fondamentali della nostra fede. Così la espone il Catechismo della Chiesa Cattolica: “Noi fermamente crediamo e fermamente speriamo che, come Cristo è veramente risorto dai morti e vive per sempre, così pure i giusti, dopo la loro morte, vivranno per sempre con Cristo risorto, e che egli li risusciterà nell’ultimo giorno. Come la sua, anche la nostra risurrezione sarà opera della Santissima Trinità” (n. 989). Nello spirito di questa convinzione, all’inizio della Messa, abbiamo pregato il “Padre della vita e autore della risurrezione” perché la “parola del Figlio… fruttifichi in ogni opera buona” così da essere “confermati in vita e in morte nella speranza della gloria” di cui è pegno l’Eucaristia che celebriamo.
Questa prospettiva nuova e definitiva è proclamata anche dalla prima Lettura nel drammatico episodio della famiglia dei Maccabei: la madre e i suoi sette figli accettano pene atroci e la stessa morte, pur di non rinnegare la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà. Uno dei sette fratelli dice davanti al re e al suo carnefice: “Tu ci elimini dalla vita presente, ma il re dell’universo, dopo che saremo morti per le sue leggi, ci risusciterà a vita nuova ed eterna” (2Mac 7,10).
Ci sono valori ultimi e penultimi, i primi hanno vita nel tempo e nell’eternità, gli altri splendono come fiaccole finché siamo in questo mondo, ma svaniscono quando si entra nella vita eterna.
La vita politica, sociale, il lavoro, il matrimonio sono valori penultimi, appartengono al tempo e alla storia, sostengono la vita dei credenti e debbono trasformarsi in impegno, “finché non spunti il giorno senza tramonto”, vanno custoditi e perseguiti, ma appartengono all’ordine temporale.
Molti ai nostri tempi negano l’al di là e non credono che ci sia “la risurrezione dei morti”: oggi li chiamiamo scettici, miscredenti; ai tempi di Gesù si chiamavano Sadducei. Erano uomini della ricca aristocrazia di Gerusalemme, appartenenti a famiglie influenti con funzioni sacerdotali di rilievo. Cosa dicevano questi Sadducei? Attenendosi strettamente alla Legge di Mosè, cioè ai primi cinque libri della Bibbia (Pentateuco o Torah), non accettavano con il loro rigido conservatorismo la tradizione orale e le credenze del giudaismo più recente. Così negavano la risurrezione dai morti e la giudicavano una superstizione popolare ridicola ed estranea alle Scritture. Non trovando traccia, nella Torah, della parola “risurrezione” propongono a Gesù, per ridicolizzare una vita nell’al di là, il caso di una donna che ha avuto in terra sette mariti e gli chiedono, a mo’ di caricatura, di chi sarà moglie nella risurrezione. Per capire il significato della domanda bisogna sapere che, per la legge del levirato (Dt 25,5 ss.), quando a una donna moriva il marito senza lasciare figli, la vedova, per assicurare una discendenza al marito, doveva sposare il cognato. Per questo la domanda: “Se a una donna, muoiono, uno dopo l’altro, tutti e sette i fratelli che hanno sposato la donna, quando anche lei morirà, di chi sarà moglie nella vita eterna?”.
Gesù rispondendo alla domanda-trabocchetto afferma due cose: la prima, che proprio citando Mosè, i Sadducei sono in contraddizione con se stessi, perché nel Deuteronomio c’è pure scritto che Dio si è rivelato a Mosè come il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe. Se Abramo, Isacco, Giacobbe non esistessero più, Dio sarebbe Dio del niente, del nulla, degli inesistenti. Dio si è rivelato come il Dio che chiama dal nulla un popolo che fa suo, che dona la vita nella sterilità e mantiene le sue promesse per il suo popolo. Dio non può abbandonare l’uomo in balia della morte.
Inoltre la risurrezione non deve concepirsi come un prolungamento dell’esistenza presente, non è una rianimazione, ma un’esistenza “nuova”, altra rispetto a quella terrena, un’esistenza che non è traducibile ed esprimibile in immagini perfette. Evidentemente, ai tempi di Gesù – come ci fa capire San Luca – la concezione dell’al di là, in ambiente giudaico, era influenzata dalla filosofia greca. In essa non c’era il concetto di risurrezione del corpo, ma solo quello dell’immortalità dell’anima. Nella filosofia greca il corpo era la prigione dell’anima e la sua salvezza consisteva nel liberarsene al momento della morte.
Ma non è così. La nostra condizione attuale può essere paragonata a quella del feto che vive e si muove nel grembo della madre come in un ambiente a lui familiare, ma che non ha e non può avere la benché minima idea sul mondo che l’aspetta al momento in cui vedrà la luce!
Dopo questo necessario chiarimento, Gesù cerca di raddrizzare il modo di pensare la vita eterna sia dei Sadducei che nostro, che non è dissimile dal loro nel concepire l’al di là, a causa del diffuso materialismo in cui viviamo.
Per togliere ogni equivoco sull’al di là Gesù spiega che la vita eterna è cosa diversa rispetto alla vita di questo mondo, è vita divina, ed eterna, appunto da somigliare agli angeli, e non un semplice prolungamento della vita terrena. “Quelli che risorgono non prendono né moglie, né marito”. Questo non significa la fine degli affetti, ma un nuovo modo di amare. Nulla muore dell’uomo, ma tutto si trasforma in una nuova realtà che ci sarà dato conoscere solo quando saremo faccia a faccia con Dio.
Certamente è inutile pensare al Paradiso o all’inferno con le nostre categorie mentali, come alcuni fanno. Dobbiamo fare un salto di qualità. Gesù morendo ha distrutto la morte e ha ridato a noi la vita. La sua risurrezione ci coinvolge nell’anima e nel corpo, nella nostra personalità, nella nostra individualità, in tutta la realtà della nostra persona; come la nostra persona sarà trasformata, non sappiamo. È verità di fede che anche il nostro corpo, come il corpo di Cristo, sarà un corpo glorioso.
Gesù parla di due mondi: i figli di questo mondo … i figli dell’altro mondo … Con la risurrezione ci sarà un altro orizzonte di luce, dove non conteranno più il nostro modo di vedere e giudicare le cose, le nostre abitudini e consuetudini, le nostre povere cose. Quando sarà tolto con la morte il velo, o per dirla con Ungaretti nella poesia La Madre, il “cuore d’un ultimo battito / avrà fatto cadere il muro d’ombra”, che ci toglie in terra la visione dei Cieli e dell’eterna Verità, vedremo “cieli nuovi e terra nuova”: una realtà che ci dobbiamo guadagnare vivendo bene e seguendo gli insegnamenti del Signore.

(Ermanno Raimondo, Spezzando la sua Parola, Calabria Edizioni, 2018)