Spezzando la sua Parola

UN’ATTESA CHE RIEMPIE I GIORNI DI SPERANZA

Riflessione sulla liturgia della Parola

di monsignor Ermanno Raimondo

I Domenica di Avvento  12/1/2019 – Anno (A)
(Letture: Isaia 2,1-5; Salmo 121; Romani 13, 11-14a; Matteo 24, 37-44)

Inizia il tempo liturgico d’Avvento. Una nuova opportunità che il Signore ci offre come singoli e come comunità; un altro invito alla Chiesa e a ciascuno di noi che in questa liturgia ci rivolge attraverso il profeta Isaia: «Casa di Giacobbe, venite, camminiamo nella luce del Signore» (prima lettura); «È ormai tempo di svegliarvi», ci ammonisce l’apostolo Paolo (seconda lettura); «Vegliate! Tenetevi pronti», ci raccomanda Gesù.
La liturgia in questi momenti forti di passaggio da un anno all’altro, da una stagione all’altra, ci invita a riflettere sulla nostra vita e sul nostro destino: chi siamo, da dove veniamo e dove andiamo.
La parola latina adventus significa arrivo, venuta, con riferimento alla duplice venuta di Cristo: alla prima venuta storica, con il suo “avvento nell’umiltà della nostra natura umana” (Prefazio dell’Avvento I), alla seconda venuta “nella gloria, per giudicare i vivi e i morti” (Credo).
S. Bernardo in uno dei suoi discorsi parla di una triplice venuta del Signore: «Nella prima il Verbo fu visto sulla terra e si intrattenne con gli uomini, quando, come egli stesso afferma, lo videro e lo odiarono. Nell’ultima venuta “ogni uomo vedrà la salvezza di Dio” (Lc 3, 6) e vedranno colui che trafissero (cfr. Gv 19, 37). In quella intermedia viene nella potenza dello Spirito. Ma perché ad alcuno non sembrino per caso cose inventate … ascoltate lui: Se uno mi ama, dice, conserverà la mia parola: e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui (cfr. Gv 14,23). Ma che cosa significa: Se uno mi ama, conserverà la mia parola? Dove si deve conservare? Senza dubbio nel cuore … tu custodiscila in modo che scenda nel profondo della tua anima e si trasfonda nei tuoi affetti e nei tuoi costumi».
L’Avvento ha qualcosa di importante da dire alla nostra vita. E questo qualcosa di importante è che la vita è attesa! Tutta la storia umana è una lunga attesa. Prima di Cristo si attendeva la sua venuta, dopo la sua venuta si attende il suo ritorno glorioso. Il Signore verrà. Non sappiamo quando verrà. Abbiamo però la certezza di fede che verrà nella gloria, perché è già venuto e cammina al nostro fianco: dobbiamo solo riconoscerlo lì dove è presente: nella santa Eucaristia, nei poveri, nella Chiesa, e per grazia nel cuore di ogni credente.
Preparandoci alla celebrazione del primo Natale del Signore, dobbiamo tenere desta l’attesa della sua venuta definitiva con la vigilanza e la preghiera: «Vegliate – ci dice oggi Gesù – tenetevi pronti» nel saper cogliere, in attesa del Signore, i momenti propizi di cui la vita è ricca, liberandola da inutili «affanni», guardando al futuro con fiducia e speranza, nonostante il buio e le tenebre che spesso si addensano nel mondo e nella storia.
“Tenerci pronti”, sì, perché la seconda gloriosa venuta di Cristo verrà alla fine dei tempi, ma per ognuno di noi, preso singolarmente, coinciderà con l’ora della nostra morte, un evento che Dio ci tiene nascosto per essere vigili e attenti, “svegliandoci dal sonno” spirituale.
La vigilanza ci viene sollecitata anche dalla stagione autunnale. Anche l’autunno ci invita a vivere vigilanti: ci avverte che il tempo passa: “Vassene il tempo e l’uom non se n’avvede”, dice Dante nel canto IV del Purgatoro, richiamando il celebre aforisma “Panta rei os potamòs” del filosofo greco Eraclito, “tutto scorre sul fiume” e “non ci si bagna mai due volte nella stessa acqua”. Come sono significative anche le parole di un altro nostro poeta, Giuseppe Ungaretti, sul sentimento della precarietà della vita: “Si sta/come d’autunno/sugli alberi/le foglie” (Soldati, 1918)). Le foglie sugli alberi in procinto di cadere da un momento all’altro (come i soldati in trincea durante la prima guerra mondiale che il poeta ha vissuto in prima persona) sono la metafora della vita. Come le foglie di autunno, così è di noi. “Siamo un disegno creato dall’onda sulla spiaggia del mare che l’onda successiva cancella”. “I miei giorni sono come ombra che declina, e io come erba inaridisco. Ma tu, Signore, rimani in eterno, il tuo ricordo per ogni generazione” canta il salmista (Sal 102,12-13). Il mondo passa, ma Dio rimane in eterno. C’è un modo per non passare neanche noi: fare la volontà di Dio, e cioè credere, aderire a lui.
S. Teresa d’Avila ci ha lasciato su questo una specie di testamento: “Niente ti turbi, niente ti spaventi. Tutto passa. Dio resta”.
Sta qui il motivo della vigilanza del tempo di Avvento. Ma come dobbiamo intenderla? Non com’era abitualmente intesa nel mondo greco, come uno svegliarsi e un raccogliere di nuovo le proprie forze per trovare in se stessi tutto il coraggio possibile, ma è uno svegliarsi per confidare in Dio e aggrapparci a lui come all’unica speranza della vita. Non è qualcosa da fare, ma un nuovo modo di vivere e di guardare gli eventi della vita e della storia, sempre orientati al futuro ritorno del Signore di cui non è possibile programmare l’imminenza o il ritardo. La vigilanza cristiana è camminare nella giusta strada; “orthòspaiden” è il termine greco, che significa camminare diritto, “gettare via le opere delle tenebre – come ci raccomanda l’apostolo Paolo – per indossare le armi della luce”. In altre parole dobbiamo “comportarci onestamente, come in pieno giorno: non in mezzo a orge e ubriachezze, non fra lussurie e impurità, non in litigi e gelosie, rivestendoci invece del Signore Gesù Cristo”.
In ognuno di noi c’è un po’ di tenebra, zone d’ombra e comportamenti non ancora redenti da Cristo. Mettiamoli allo scoperto e lasciamoci guidare da Lui che è la luce del mondo: “Chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita” (Gv 8,12).

(Ermanno Raimondo, Spezzando la sua Parola, Calabria Edizioni, 2018)