Spezzando la sua Parola

IL RITORNO A DIO

Riflessione sulla liturgia della Parola

di monsignor Ermanno Raimondo

II Domenica di Avvento  12/8/2019 – Anno (A)
(Letture: Isaia 11,1-10; Salmo 71; Romani 15,4-9; Matteo 3,1-12)

Nella prima domenica di Avvento la Parola di Dio ci esortava a vegliare e a fare attenzione ai desideri di Dio sulla Chiesa e sulla umanità, oggi ci chiede la conversione, un’altra parola-chiave dell’Avvento, che comporta un radicale cambiamento di pensiero e di vita.
A proclamare questa esigenza di conversione in questa prima parte dell’Avvento ci vengono incontro due grandi figure: oggi la figura di Giovanni Battista, l’8 dicembre quella di Maria, la Madre del Messia, che lo portò per nove mesi in grembo con ineffabile amore.
Giovanni è chiamato “il precursore”. Il significato della parola è nel Cantico di Zaccaria suo padre che alla nascita del figlio manifestò la sua gioia con le parole: «E tu bambino sarai profeta dell’Altissimo, perché andrai incontro al Signore a preparare le sue strade». Il precursore è colui che precorre, va avanti, preannuncia qualcuno. Quando un grande personaggio di questo mondo, pensiamo ad un capo di Stato, si reca in un’altra nazione si fa precedere da una ambasciata che studia tutti i dettagli e gli prepara la visita. Ebbene nel corso della storia non esiste nessun caso, all’infuori di quello di Gesù Cristo, che di un grande personaggio sia stata preannunciata la sua venuta al mondo: né di Giulio Cesare, né di Napoleone, né di altri grandi personaggi, neppure del mondo religioso, di Maometto, di Confucio, di Budda. Solo di Gesù Cristo è stata preannunciata la venuta da parte di Giovanni Battista e prima di lui da altri messaggeri di Dio.
La sua missione è racchiusa nelle parole riportate dall’odierno brano evangelico di Matteo: “Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!”. E come aveva profetizzato il profeta Isaia Giovanni è “Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri!” (Is 40,3; Mt 3, 3).
Giovanni è colui che precede e prepara la venuta del Messia, “grida al cuore di Gerusalemme che la sua tribolazione è compiuta, la sua colpa scontata”.
Nell’iconografia viene rappresentato con il dito puntato sull’atteso Messia indicandolo a chi andava ad ascoltarlo, e oggi a noi, come l’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo. Con la sua potente voce grida nel deserto, luogo della sua predicazione, una annotazione più che geografica, profondamente simbolica. Il deserto nella Bibbia è luogo grande e spaventoso, luogo di serpenti velenosi e di scorpioni, terra assetata, senz’acqua, dove Dio ha portato il suo popolo per renderlo umile e per parlare al suo cuore facendogli riconoscere i propri errori e promettendogli il ritorno in patria.
Nel deserto anche noi siamo chiamati a venire in questa seconda domenica di Avvento per preparare la via al Signore.
È il luogo più adatto alla riflessione, alla preghiera, al silenzio, all’ascolto della voce di Dio in quanto luogo dell’essenzialità, dove cade ogni idolo, dove emergono le nostre storture e le nostre immaturità, dove ognuno è costretto a guardarsi nella propria interiorità prendendo coscienza dei propri limiti e del proprio vuoto interiore e a rinascere attraverso “il battesimo di conversione per il perdono dei peccati”.
La conversione è l’impegno più forte nella vita di ogni credente. La parola “conversione” nella Bibbia greca viene espressa con due verbi: metanoéin e epistrèphein. Metanoéin significa cambiamento di mentalità, per dire mutamento intimo, cioè entrare in una logica nuova di vita, cambiare il modo di pensare, perché è qui l’origine del male. Epistrèphein significa rivolgersi verso un altro punto di riferimento, cambiare la propria condotta esterna e il concreto stile di vita. Socrate, figura molto vicina a Cristo, andava dicendo: “Signori, il vero uomo non è quello che è così com’è, il vero uomo è il suo dover essere. L’uomo così com’è non è perfetto”. E diceva ancora che aveva una specie di angelo – dáimon, «essere divino» in greco – che gli suggeriva quello che non doveva fare. Sarebbe già una buona cosa che ognuno di noi sapesse quello che non deve fare. Questo “demone” secondo alcuni gli suggeriva anche quello che doveva fare. Cercava con la ragione quello che era bene fare, ed è stata qui la sua grandezza.
Giovanni Battista oggi rivolge a noi l’appello alla conversione perché possiamo “camminare incontro al Signore in purezza di fede e santità di vita”. Ci sprona con la sua parola a deciderci per lui, a tagliare su molte cose: sradicare ogni compromesso con la mondanità e imparare a leggere gli eventi della vita quotidiana, anche quelli indesiderati, come occasioni favorevoli per incontrarci con il Signore, andando avanti con fiducia sapendo che ci è vicino, vicino come il respiro, vicino come il cuore.
Nell’attesa del Signore anche San Paolo, nel brano tratto dalla lettera ai Romani, ci invita a tenere viva la speranza, avendo gli uni verso gli altri gli stessi sentimenti, sull’esempio di Gesù Cristo perché possiamo rendere gloria a Dio con un solo animo e una sola voce. Attraverso l’accoglienza reciproca possiamo vivere ogni nostra giornata come tempo favorevole riconoscendo i vuoti da colmare e i colli dell’orgoglio da spianare per fare spazio a Colui che viene.
Il cammino di conversione, al quale ci richiama Giovanni, è personale ma anche comunitario, perché siamo chiamati ad andare insieme, soprattutto con chi ci vive accanto, incontro al Signore.

(Ermanno Raimondo, Spezzando la sua Parola, Calabria Edizioni, 2018)