Spezzando la sua Parola

LA GIOIA DELLA FEDE

Riflessione sulla liturgia della Parola

di monsignor Ermanno Raimondo

III Domenica di Avvento  12/15/2019 – Anno (A)
(Letture: Isaia 35,1-6a. 8a. 10; Salmo 145; Giacomo 5,7-10; Matteo 11, 2-11)

Questa terza Domenica di Avvento è chiamata Domenica “della gioia”, dalle prime parole dell’antifona d’ingresso: “gaudete”, “Rallegratevi sempre nel Signore: ve lo ripeto, rallegratevi, il Signore è vicino” (Filippesi 4,4.5). Segna il passaggio dalla prima parte, prevalentemente austera e penitenziale, dell’Avvento alla seconda parte dominata dall’attesa della salvezza vicina, particolarmente sottolineata anche dall’invitatorio, detto inno delle profezie, della Novena del S. Natale a cura dei Benedettini di Subiaco, che con le parole del profeta Isaia ci fa cantare: “Un poco, un poco appena e colui che deve venire verrà e non tarderà” (Is 26,20 gr. cfr. Eb10, 37). A queste parole fanno eco quelle del profeta Abacuc: “Ecco apparirà il Signore / e non mancherà di parola / se indugerà attendilo / perché verrà e non potrà tardare” (cfr. Ab 2,3). Parole che motivano il senso della nostra gioia e del nostro giubilo.
La liturgia ci fa rivivere così l’attesa che ha preceduto il primo Avvento di Cristo e le speranze che l’hanno animato. Speranze di luce, di salvezza, di gioia. Una gioia che scaturisce dalla certezza della presenza del Signore Gesù che è già venuto e che di “nuovo verrà nella gloria per giudicare i vivi e i morti”.
Messaggero e annunziatore di gioia è il profeta Isaia a cui Dio ispira, in tempi non dissimili dai nostri, le parole che abbiamo ascoltato per sollevare il popolo dalla disperazione in cui era caduto dopo la distruzione di Gerusalemme ridotto a un cumulo di macerie con il suo meraviglioso tempio. Un messaggio che il Signore affida oggi a noi di fronte a un mondo che sembra continuare a vivere come se Cristo non fosse venuto: ancora ingiustizie, tragedie, sopraffazioni; ancora guerre, armi, stragi; ancora tanto male, tanti orrendi delitti contro la vita e la dignità dell’essere umano.
Davanti alle rovine di Gerusalemme su cui regnava il silenzio e la morte – non un canto, non un grido di gioia, solo tristezza e lacrime – il profeta incoraggia a non disperare e invita tutti alla speranza per la venuta del Signore, annunciando un futuro carico di opere salvifiche meravigliose, segni della signoria di Dio: «Coraggio, non temete; ecco il vostro Dio, viene a salvarvi». Il Signore verrà. Il profeta presenta al suo popolo la visione di un mondo nuovo dove «si apriranno gli occhi dei ciechi, si schiuderanno gli orecchi dei sordi. Lo zoppo salterà come un cervo, griderà di gioia la lingua del muto». Ogni malattia fisica e spirituale scomparirà. Aggiunge ancora: «gioia e felicità li seguiranno e fuggiranno tristezza e pianto».
Sembra un sogno quanto da lui annunciato, e le sue parole solo espressioni consolatorie. Ma non è così. Chi si fida del Signore vedrà il deserto trasfigurarsi in un giardino, in terra promessa e in paradiso ritrovato. Quando? Qui è necessario fare il salto della fede. Un salto non facile. Non lo è stato neppure per il precursore di Cristo. Rinchiuso nel carcere del Macheronte fu assalito dal dubbio sull’identità stessa del Messia. Eppure tempo prima lo aveva confessato, indicato come «l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo» (Giovanni 1,29). Il suo dubbio aveva la sua giustificazione nella concezione che egli si era fatta del Messia, alla scuola dei suoi maestri spirituali, come di un Messia “minaccioso” che avrebbe separato finalmente il grano dalla paglia e bruciato la pula. Questa immagine di Messia contrastava con la sua situazione di detenzione nelle ombre di un carcere. Ed è scosso dal dubbio. Un conto è la fede immaginata o dei libri e del catechismo e un conto è la fede della vita, degli avvenimenti. La fede della vita e degli avvenimenti è una fede interrogante e in ricerca. Giovanni Battista non mette in discussione l’Atteso, gli manda solo a dire per mezzo di alcuni dei suoi discepoli se era lui colui che doveva venire o bisognava aspettare un altro. «Sei tu o dobbiamo attendere un altro?».
L’interrogativo, se pensiamo alla fatica e alla lentezza con cui emerge un mondo nuovo, dopo duemila anni, rimane. Dobbiamo andare in questa direzione o dobbiamo rivolgerci ad altri? Dalla risposta di Gesù a Giovanni Battista ci viene una importante lezione. Non sono le parole che annunciano la vera immagine del Messia e a dire che la sua venuta è già in atto, ma le opere, e non opere minacciose, ma opere di guarigione, di consolazione. Il Messia si riconosce da particolari gesti verso le sofferenze umane: si china sulla sofferenza e la solleva. Ha occhi e cuore per la debolezza umana, per l’infinita debolezza che segna l’umanità, proprio come aveva annunciato il profeta Isaia. È questo il Messia di cui noi di oggi dobbiamo prolungare la visita, ma non con vuote parole né aggiungendo peso a peso, bensì provando compassione per ogni sofferenza, sollevandola e confortandola per quel poco che a noi è consentito. Resistendo allo scandalo. Quale? Quello della piccolezza, della lentezza e della debolezza di Dio. Pazientando come “l’agricoltore” di cui parla l’apostolo Giacomo, il quale «aspetta con costanza il prezioso frutto della terra finché abbia ricevuto le prime e le ultime piogge». «Siate costanti anche voi – ci esorta l’apostolo – rinfrancate i vostri cuori, perché la venuta del Signore è vicina». Portiamo insieme qualche peso, consoliamo e alleviamo qualche sofferenza con uno sguardo buono come quello di Gesù. Forse è poco, ma già è un segno del Regno che viene. Con S. Agostino preghiamo:
Odiarmi e amarTi: agire solo per amore Tuo, abbassarmi per farTi grande, non avere altri che Te nella mente. Morire a me stesso per vivere in Te. Tutto ricevere da Te. Rinunciare a me stesso per seguirTi, desiderare di accompagnarTi sempre. Fuggire da me stesso, rifugiarmi in Te per essere da Te difeso. Temere per me e temerTi, per essere fra i Tuoi eletti. Diffidare di me stesso, confidare in Te: voler obbedire a causa tua. Non attaccarmi a null’altro che a Te, essere povero per Te. Guardami e Ti amerò. Chiamami perché Ti veda E goda di Te eternamente.

(Ermanno Raimondo, Spezzando la sua Parola, Calabria Edizioni, 2018)