Spezzando la sua Parola

L’UNICA ROCCIA DELLA NOSTRA VITA

Riflessione sulla liturgia della Parola

di monsignor Ermanno Raimondo

IV Domenica di Avvento  12/22/2019 – Anno (A)
(Letture: Isaia 7, 10-14; Salmo 23; Romani 1,1-7; Matteo 1, 18-24)

Il pellegrinaggio spirituale che abbiamo iniziato con la prima domenica di Avvento sta per concludersi. I testi delle letture ci aiutano a capire il significato della nascita del Figlio di Dio. Dio in Gesù Cristo si è fatto Emmanuele, che significa “il Dio con noi”; Emmanu significa con noi, El, il Signore, questo probabilmente il senso del nome misterioso che Dio rivelò a Mosè nella visione del roveto. Tale, almeno, è l’interpretazione che ne dà il profeta Isaia (52,6): «Allora il mio popolo conoscerà il mio nome. Comprenderà che io dicevo: Eccomi qua». Il nome di Dio è “Eccomi qua”. Un nome semplice e consolante. Dio uscito dalla sua lontananza e dalla sua invisibilità, si è fatto visibile e concreto, raggiungibile; è diventato più vicino a noi, un Dio per noi, propter nos homines et proter nostram salutem descendit de coelo. Con la venuta di Gesù Dio è entrato di persona nell’umanità per parlarci e salvarci, per illuminare la nostra povera esistenza, e per mettersi e rimanere per sempre, in Gesù, a fianco dell’uomo. Con la nascita di Gesù l’alleanza difficile e precaria, costruita in passato tra Dio e l’uomo con il coinvolgimento di persone scelte da Dio stesso, è diventata “nuova ed eterna”, definitiva perché le due parti – Dio e l’uomo – sono ormai una persona sola, un essere solo indivisibile: Gesù Cristo.
Il testo odierno del vangelo di Matteo ci presenta la coppia entro la quale Gesù sceglie di venire: Maria e Giuseppe. Personaggi un po’ strani. Maria è presente in tutte le scene dell’infanzia ma non dice una parola e non compie un gesto, sta come in ombra. Non occupa mai il posto centrale. La sua posizione è accanto al figlio, condividendone la situazione e il destino, il rifiuto e l’accoglienza. Giuseppe agisce, invece, e di lui l’evangelista racconta la delicatezza di non diffamare Maria, ma anche lui, non dice una parola. È l’obbediente, non il protagonista. La sua grandezza sta tutta, e soltanto, nell’obbedienza al Signore e nell’essere al servizio del bambino e di sua madre. Quest’uomo merita da parte nostra un momento di riflessione per come si è comportato. Scopre la sua fidanzata in stato di gravidanza di cui non ha alcuna responsabilità. Non se ne sa dare spiegazione, tuttavia, più che gridare allo scandalo o denunciarla esponendola alla vergogna e al disprezzo di tutti, conoscendo la sua bellezza interiore, si comporta da “uomo giusto”, che nell’accezione biblica significa uomo capace di vivere nella giustizia, nella pace, nell’amore fraterno fino alla compassione e al perdono. Decide di licenziarla in segreto nella maniera più discreta possibile: copre quello che avrebbe potuto essere interpretato come peccato di Maria. Dio, poi, lo illumina: quel “Figlio generato in lei viene dallo Spirito Santo” con la collaborazione di Maria. Lui deve assumersi solo la paternità legale di quel bambino, deve dargli il nome, proteggerlo ed educarlo. Non esita ad obbedire a quel che Dio gli aveva ordinato, ritorna sulla sua decisione e “prende con sé Maria, sua sposa”. È qui la grandezza di quest’uomo, nell’aver accettato un progetto diverso da quello che egli aveva nella mente. Solo un uomo di fede, umile, che crede è capace di accogliere Dio come il Signore della propria vita e della propria storia. Così Giuseppe si è inserito nel mistero del Messia.
È una grande lezione di fede che dà anche a noi Giuseppe sposo castissimo della “piena di grazia”, scelta da Dio ad essere il primo vero tabernacolo del suo Figlio nella vita terrena, fatto carne per opera dello Spirito Santo.
Con la stessa fede di Giuseppe anche noi dobbiamo prepararci ad accogliere nella nostra vita Gesù, Jeshu’a, che significa “il Signore Salva”, e, quindi, Salvatore, convinti che lui solo è la roccia della nostra salvezza e l’unica speranza nostra. Come conclusione voglio riportare una bella espressione del vescovo di Molfetta morto, qualche anno fa, in concetto di santità: “Lui è il Signore, è Gesù di Nazareth, è questo indistruttibile Amore nostro, intorno al Quale vogliamo legare la vita, al Quale non ci vogliamo aggrappare, ma abbandonare. Purtroppo, miei cari amici, io conosco molti cristiani, fra questi forse ci sono anch’io, che si aggrappano al Cristo, al Signore, perché hanno paura, ma non si abbandonano a Lui perché lo amano. Noi ci dobbiamo abbandonare a Lui, fontana antica, che ha un’acqua unica, capace di dissetarci. Chi ha sete va e beve; chi è stanco va a refrigerarsi. Così è Gesù Cristo. Per ognuno ha una parola di tenerezza, di incoraggiamento. Noi dovremmo riscoprirla”.

(Ermanno Raimondo, Spezzando la sua Parola, Calabria Edizioni, 2018)