Spezzando la sua Parola

LA FAMIGLIA CAPOLAVORO DI DIO

Riflessione sulla liturgia della Parola

di monsignor Ermanno Raimondo

Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe  12/29/2019 – Anno (A)
(Letture: Siracide 3, 3-7.14-17a; Salmo 127; Colossesi 3,12-21; Matteo 2,13-15.19-23)

La festa della Santa Famiglia ha avuto liturgicamente vari spostamenti. Celebrata localmente sin dal XVII secolo, Leone XIII nel 1895 ne fissò la data di celebrazione alla terza domenica dopo l’Epifania. Benedetto XV nel 1821 estendendola ufficialmente a tutta la Chiesa fissò la data alla domenica compresa nell’ottava dell’Epifania. In seguito la festa fu spostata da Giovanni XXIII alla prima domenica dopo l’Epifania. Il Concilio Vaticano II la spostò ancora alla prima domenica dopo il Natale o, se il Natale cade di domenica, al venerdì 30 dicembre.
La sua celebrazione è stata fissata nel tempo liturgico del Natale, sia per evidenziare – come dice la preghiera della Messa – che «Dio ha voluto che il suo Figlio, generato prima dell’aurora del mondo, divenisse membro dell’umana famiglia», sia per «ravvivare in noi la venerazione per il dono e il mistero della vita, perché i genitori si sentano partecipi della fecondità del suo amore, e i figli crescano in sapienza, età e grazia, rendendo lode al suo santo nome».
L’icona della Santa Famiglia ci viene presentata nell’Antifona d’ingresso: “I pastori si avviarono in fretta e trovarono Maria e Giuseppe, e il Bambino deposto in una mangiatoia”.
Il vangelo ci fa seguire le peripezie di questa famiglia: è costretta a fuggire in Egitto per sottrarre il Bambino alla furia omicida del re Erode; dopo la morte di Erode rientra e si stabilisce a Nazareth.
La prima e la seconda lettura ci fanno capire che le intenzioni della liturgia non si esauriscono qui. La storia della Santa Famiglia è un’occasione per allargare il discorso sulla famiglia in genere.
La prima lettura dal Libro del Siracide (una volta veniva chiamato Ecclesiaste- libro da leggersi in Chiesa – parla dei doveri che i figli hanno verso i genitori. Che cosa devono fare i figli verso i genitori? Devono onorare i propri genitori. Onorare. Un verbo che in poche parole viene ripetuto cinque volte: «Chi onora il padre … Chi onora sua madre … ». Che cosa vuol dire onorare? Il significato più ovvio è “fare onore”: i figli si devono comportare in modo che i genitori possano sentirsi orgogliosi di loro. Ma c’è un altro significato, ed è il secondo dovere che i figli hanno verso i genitori: assistere economicamente i genitori quando essi si trovano nel bisogno; nessun figlio dovrebbe lasciare i propri genitori in ristrettezze umilianti. Onorare i genitori significa dar loro l’importanza e la stima che meritano. È una esperienza drammatica per le persone anziane constatare che le loro parole, i loro consigli, le loro raccomandazioni, a volte anche il loro amore, non contano nulla.
Questa prima lettura, allora, canalizza l’amore, che è il connotato fondamentale di una famiglia. Amore innanzi tutto dei figli verso i genitori. L’amore che i figli devono manifestare ai genitori per tutta la vita non è solo un sentimento affettivo, ma un restituire un pò ai genitori quell’amore che essi hanno dato a loro, generandoli alla vita, accompagnandoli nella crescita, aiutandoli a trovare una sistemazione tranquilla. Tutto questo fa scattare un contraccolpo di pietà divina: chi ama i genitori “espia i peccati”, “sarà a sua volta onorato, amato dai propri figli”, “sarà esaudito” da Dio, “avrà una lunga vita”.
Ben Shira, l’autore del libro, è un vecchio, ed è comprensibile che si rivolga ai figli. Giustamente i figli vorrebbero che fosse rivolta una parola anche ai genitori perché sappiano “onorare”, amare i figli.
È il vangelo che parla in concreto di questo secondo flusso d’amore che dai genitori va in direzione dei figli e che costituisce un modello per i genitori. Maria e Giuseppe amano il Figlio più di se stessi, rinunciano alle poche sicurezze che hanno per salvare il bambino. Non si limitano a custodirne la vita, dando sicurezza, ma coraggiosamente affrontano l’ignoto.
Quale lezione per le famiglie di oggi! La difesa della vita! I genitori per primi, ma anche ciascun cristiano, devono sentirsi responsabili e dimostrare con i fatti di voler davvero difendere la vita. Il vangelo ci parla di Erode. Ma Erode è il primo dei tanti attentatori alla vita umana contro cui dobbiamo lottare soprattutto oggi: quanti attentati alla vita umana nascente. Diceva Tertulliano (II sec.) che «è un uomo anche chi lo sta diventando». Molti non se ne rendono conto: l’embrione fin dall’inizio ha tutto il necessario per portare a termine il suo sviluppo. Non si sopprime con la cosiddetta interruzione un ammasso di cellule ma una vita umana in fieri. Quanti attentati anche verso la vita di persone deboli e innocenti. Quante vittime di varie forme di violenza. Quanti Erode di questo mondo continuano a fare stragi di persone innocenti.
Le parole dell’angelo a Giuseppe attraverso l’umile via del sogno sono rivolte anche a noi: «Alzati, prendi il bambino con te». È facile dimenticarsi di questo Bambino, escluderlo dalla propria vita e dalle nostre preoccupazioni. Eppure è il Salvatore. In Lui è racchiusa tutta la nostra salvezza.
Che cosa ci insegna la famiglia di Nazareth? Tante cose. Ci insegna ad ascoltare la voce di Dio, a «seguire la voce del sogno e dell’angelo», come ha fatto Giuseppe, che seguendo la voce di Dio ha consentito a Gesù, salvandolo, di realizzare il disegno di Dio nelle cui mani stanno i destini degli uomini. Come Giuseppe, ogni famiglia dovrebbe consentire ai figli di crescere e di rispondere alla propria vocazione.
Un altro insegnamento è quello di porre al centro della famiglia Gesù e insieme a Gesù divenire partecipe del grande disegno d’amore ideato da Dio per la famiglia, alla quale Dio dà la direzione, ma spetta poi ai genitori essere custodi della vita loro affidata.

(Ermanno Raimondo, Spezzando la sua Parola, Calabria Edizioni, 2018)