Spezzando la sua Parola

ESPERTA NEL SOFFRIRE

Riflessione sulla liturgia della Parola

di monsignor Ermanno Raimondo

Beata Vergine Maria Addolorata  9/15/2020 – Anno (PROPRIO DEI SANTI)
(Letture: Ebrei 5, 7-9; Salmo 30; Giovanni 19, 25-27)

In questo mese di settembre con la festa dell’Esaltazione della Santa Croce, già celebrata giorno 14, e la festa dell’Addolorata che qui per tradizione celebriamo la terza domenica di settembre, la liturgia ci fa meditare il mistero della Croce, come luogo della massima espressione dell’amore di Dio e strumento di salvezza.
“Nell’albero della Croce – dice il prefazio – tu, o Dio, hai stabilito la salvezza dell’uomo perché donde sorgeva la morte di là risorgesse la vita”. Immolandosi sulla croce per amore nostro Gesù ha vinto con la sua potenza di misericordia e di perdono la prepotenza dell’odio e del male, ci ha liberati dalle nostre incoerenze e riscattati dalla schiavitù del peccato e della morte; ha trasformato la croce da strumento di morte, quale essa è, in una sorgente di vita. Ha scritto, a proposito, un teologo, Giuseppe Colombo, che non è la croce a fare grande Gesù Cristo, è Gesù Cristo che riscatta persino la croce, la quale è da comprendere, non retoricamente da esaltare. “È cosa buona e giusta” – possiamo ripetere con il prefazio – esaltare la Santa Croce, perché da quel legno è venuta la salvezza. “Di null’altro possiamo gloriarci – dice una antifona – se non della croce di Cristo”.
Ai piedi della Croce oggi la liturgia ci fa contemplare la Madre di Gesù Addolorata, “in pianto”, vicina al Figlio innalzato sulla croce, che si offre totalmente insieme con il Figlio e a lui “associata nello stesso sacrificio per la redenzione del mondo”, “meritando, senza morire (così il versetto del canto al Vangelo) la palma del martirio”.
È la scena dello Stabat Mater descritta da San Giovanni, l’unico evangelista che ci presenta la Madonna negli ultimi istanti della vita del Figlio – i più terribili per la vita di qualsiasi madre – per sottolineare il ruolo misterioso che la Santissima Vergine ha svolto accanto a Gesù sul Calvario, compartecipe con il suo dolore di Madre all’opera della salvezza. Maria sta sotto la croce. Stava in piedi (stabat), con quella fede forte e coraggiosa che ha sempre caratterizzato tutta la sua esistenza soprattutto nei momenti di maggiore sofferenza, dalla profezia della spada che avrebbe trafitto il suo cuore alla fuga in Egitto, allo smarrimento del Figlio, all’incontro sulla via del Calvario, e dopo la crocifissione, alla deposizione e alla sepoltura di Gesù.
Con fede la Madre Addolorata ascolta le ultime parole del Figlio crocifisso con le quali Gesù le consegna Giovanni, e con Giovanni tutti noi, i discepoli di tutti i tempi: “Donna, ecco tuo Figlio!”. E consegna a Giovanni, “il discepolo che egli amava”, la Madre. Dopo aver dato tutto sulla croce, il suo corpo e il suo sangue, una sola cosa gli rimaneva, la Madre, e la offre a Giovanni, e in lui all’umanità: “Ecco tua Madre!”.
Credo sia una delle pagine più belle del Vangelo, l’evento evangelico che ha trovato più intensa e vasta risonanza nel cuore dei credenti nel corso dei secoli.
Da questa icona del Calvario è nata la devozione alla Madonna Addolorata, che, anche se molto antica, è stata introdotta nella liturgia dal papa Pio VII agli inizi dell’Ottocento in ricordo delle sofferenze inflitte da Napoleone alla Chiesa nel suo capo, ma soprattutto per la partecipazione della Vergine alla passione e alla gloria del Figlio.
Ma perché continuare a venerare e onorare oggi Maria con il titolo di Addolorata?
Alla luce di quanto la Madonna Addolorata ha sofferto sul Calvario, come Madre del Redentore e Madre nostra, non può non fare sue le sofferenze di ciascuno e di tutti i suoi figli nel peregrinare di questo esilio verso la Patria dei cieli. Tutti i dolori del mondo si rifrangono nel dolore di questa Madre. Diceva un giorno Paul Claudel ad una povera donna che andava mendicando con i suoi bambini: “Vai, o donna, all’altare di Colei che sa cos’è il dolore. Parla a lei, che sa cosa vuol dire soffrire. Lei ti consolerà, lei ti dirà la vera risposta e ti darà sul serio il senso della tua esistenza tribolata”. È l’Addolorata che sostiene, consola, conforta, dà coraggio al nostro soffrire e senso alla nostra vita.
La Madonna presso la Croce del Figlio, è “in pianto” anche oggi accanto alle croci dei suoi figli perché ha fatto sua la scelta del Figlio di offrirsi totalmente per il bene di tutti. La passione di Cristo, come dice San Paolo e come ci ricorda Sant’Agostino, dura per quanto durano i secoli.
L’accumularsi di gravi calamità, e non solo, le violenze, i terrorismi, gli odi, le guerre, le oppressioni, le uccisioni di innocenti, tutto il mondo dominato dal male grava sul cuore di Maria. È la Madre dei perseguitati e dei persecutori, degli oppressi e degli oppressori, è soprattutto la Madre che porta il peccato del mondo insieme con il Figlio e implora per tutti perdono e misericordia.
La Chiesa ci invita ad onorare la Madonna con il titolo di Addolorata perché possiamo anche noi sentire il desiderio di contemplare Gesù Crocifisso e completare con le nostre sofferenze ciò che manca alla sua passione a favore della Chiesa (Col 1,24). Questo significa che noi cristiani non possiamo patire da soli e che dobbiamo saper accettare la nostra croce e portarla con lo stesso amore con cui l’ha portata Gesù e la sua Madre santissima. Scriveva Paolo VI: “Siamo tutti in modo e in grado diverso, sofferenti: il dolore che nel mondo naturale è come un isolante, per Gesù è un punto di incontro, è una comunione. Ci pensate fratelli? Voi ammalati, voi disgraziati, voi moribondi? Ci pensate, voi uomini aggravati dalla fatica e dal lavoro? Voi, oppressi e solitari dalle prove e dalle responsabilità della vita? Tutti vi possono mancare, Gesù in croce, no. Egli è con voi. Egli è in noi. Di più, Egli è per noi. È il grande mistero della croce: Gesù soffre per noi! Espia per noi. Condivide il male fisico dell’uomo, per guarirlo dal male morale. Uomini senza speranza … perché voltate le spalle alla croce? Abbiamo il coraggio di guardarla … essa ci parla di misericordia, ci parla di amore, di resurrezione” (giugno 1956).
La Croce è il grande mistero da guardare senza fine, non è un oggetto di devozione e neppure il simbolo della mortificazione, ma è la rivelazione massima dell’amore di Dio per noi. Per questo chi la guarda con fede, come il popolo guardava il serpente di bronzo innalzato da Mosè nel deserto, viene “salvato” dai morsi del peccato, che genera morte, e partecipa alla “vita nuova” del Signore Risorto.

(Ermanno Raimondo, Spezzando la sua Parola, Calabria Edizioni, 2018)